Un'altra indagine che svela il lato tossico della fast fashion. Il reportage a Panipat in India della CNN. "Tossisco continuamente, non riesco a respirare”, racconta un lavoratore.

Montagne di abiti usati in India e il lato tossico della fast fashion: il reportage della CNN

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Un’altra indagine che svela il lato tossico della fast fashion. Il reportage a Panipat in India della CNN. “Tossisco continuamente, non riesco a respirare”, racconta un lavoratore.

A Panipat, nel nord dell’India, arrivano ogni giorno da Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e da molti altri Paesi camion stracolmi di abiti usati, spesso ancora in buone condizioni. Questa città è uno dei principali punti di riferimento della moda fast fashion, con oltre un milione di tonnellate di vestiti usati che arriva ogni anno per essere riciclato e reimmesso sul mercato.

Tutto questo avviene a discapito della salute di chi lavora o vive in quei posti, come mostra il reportage della giornalista della CNN Hanako Montgomery: ancora una volta come dietro tutto questo c’è un costo umano agghiacciante: quello che dovrebbe rappresentare un esempio virtuoso di economia circolare e riciclo nasconde invece una realtà fatta di polvere tossica e sfruttamento.

 

 

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Nei diversi impianti di riciclo visitati dal CNN, gli operai sono a lavoro incessantemente per selezionare e dividere per colore e materiale gli abiti usati, appena indossati, in alcuni casi ancora con le etichette dei negozi dell’usato. Nessun operaio indossava mascherine o protezioni adeguate.

“Tossisco continuamente, non riesco a respirare”, racconta un lavoratore che la Cnn chiama Rajesh. E non è l’unico visto che molti sviluppano malattie respiratorie croniche. Rajesh, come racconta Montgomery, lavora da decenni accanto a una macchina che sminuzza tessuti usati in frammenti minuscoli, e la polvere di cotone gli si deposita sul volto, nei capelli, nei polmoni.

Nitin Arora, presidente dell’associazione delle tintorie di Panipat, interrogato sulle condizioni negli impianti, sostiene che i dispositivi di sicurezza sarebbero forniti dalle aziende, ma che i lavoratori non li utilizzano: “I lavoratori non sono istruiti, per questo non indossano le mascherine. I proprietari forniscono tutto, ma loro si tolgono le maschere e le mettono da parte”.

Secondo il dottor Bhawani Shankar, specialista in malattie respiratorie, molti lavoratori tessili che cura presentano sintomi molto simili: tosse cronica, affanno, problemi respiratori che peggiorano con il tempo a causa dell’esposizione continua a polveri e sostanze chimiche. Nei casi più gravi si sviluppa fibrosi polmonare, un danno irreversibile ai polmoni. Chiaramente “l’azienda non paga le cure”, come denuncia un ex operaio.

“Respirare quell’aria ogni giorno accorcia inevitabilmente la vita”, afferma il medico. E tutto questo accade in una delle regioni già tra le più inquinate del Pianeta, dove emissioni industriali, traffico e polveri rendono l’aria ancora più tossica.

Oltre questo, i rifiuti provenienti dai processi di tintura e sbiancamento tessile vengono spesso scaricati in canali aperti, estendendo l’impatto ben oltre i muri delle fabbriche e contaminando i sistemi idrici da cui dipendono milioni di persone a Panipat e dintorni. Infatti, un’indagine condotta nel 2022 sulle famiglie della zona ha rilevato che quasi il 93% degli abitanti ha segnalato gravi problemi di salute nell’arco di cinque anni, con numerosi casi di malattie legate al lavoro e un aumento delle patologie croniche.

Un’altra indagine condotta dall’Unità Investigativa di Greenpeace Italia aveva già svelato la fine di vestiti e scarpe buttati nei cassonetti per il riciclo o affidati ai servizi di raccolta di grandi marchi del settore moda come H&M, Zara e Nike. Insieme a Report, Greenpeace ha seguito per un anno, da giugno 2024 a maggio 2025, il percorso di 26 capi d’abbigliamento usati (14 integri e 12 danneggiati), dotati di tracker GPS in grado di trasmettere la posizione. Come raccontato ieri nel servizio di Report intitolato “Panni sporchi”, il monitoraggio ha permesso di fare luce in una rete intricata, che spesso ha poco a che vedere con la beneficenza, e molto con il profitto e le illegalità.

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