Entra in vigore il nuovo malus per i colossi dell’ultra-fast fashion, come Shein e Temu. La Francia è il primo paese al mondo ad aver approvato una legge contro la moda usa e getta.
Dal 1 settembre in Francia entra in vigore la tassa sull’ultra-fast fashion, una misura destinata a colpire soprattutto piattaforme come Shein e Temu e pensata per frenare la produzione e il consumo di abbigliamento usa e getta. Sebbene la misura non prenda formalmente di mira le aziende asiatiche ma si applichi a qualsiasi impresa che adotti pratiche di ultra-fast fashion, nei fatti saranno le grandi piattaforme cinesi a subirne le conseguenze. I colossi cinesi come Shein e Temu hanno fatto la loro fortuna puntando questo modello di business del fast fashion: immettere sul mercato decine di migliaia di nuovi capi al giorno a prezzi stracciati.
Le penalità scatteranno quando il prezzo del prodotto non incentiva la riparazione: l’imposta varierà da 0,50 euro per articoli come calzini o biancheria intima fino a 12 euro per giacche o cappotti. In ogni caso, le sanzioni non potranno superare il 50% del prezzo di vendita del prodotto.
Questo sistema di penalità nasce da una legge approvata a inizio luglio da un’ampia maggioranza parlamentare che conferisce alla Francia il merito di essere il primo paese al mondo ad aver adottato una legge contro l’ultra fast fashion.
Cosa prevede la legge contro l’ultra- fast fashion
La legge si basa sul principio del “chi inquina paga”, ovvero i marchi di ultra fast-fashion dovranno versare penalità per ogni prodotto venduto, in funzione del loro impatto ambientale: più un capo è considerato inquinante, più alta sarà la contribuzione. Le somme raccolte serviranno a finanziare il riciclo e la riparazione dei vestiti e a sostenere i marchi più rispettosi dell’ambiente.
Le aziende interessate saranno inoltre obbligate a pubblicare sui propri siti messaggi che incoraggino il riutilizzo, la riparazione e un consumo più sobrio. Al momento della conferma del carrello, i consumatori vedranno anche avvisi sull’impatto ambientale dei prodotti che stanno per acquistare.
Il provvedimento vieta anche la pubblicità delle imprese di ultra fast fashion, come affissioni, televisione, internet o pubblicità mirata, compresa quella realizzata attraverso influencer e creator digitali. Infatti, le promozioni realizzate sui social network, in particolare i video di “haul”, saranno vietate dal 1º gennaio 2027. Gli influencer che non rispetteranno queste regole rischieranno pesanti multe, fino a 100.000 euro.
Shein, dalle condizioni drammatiche dei lavoratori a sostanze chimiche pericolose negli abiti
Il documentario “Untold: Inside the SHEIN Machine”, realizzato dall’emittente britannica Channel4, con la reporter Iman Amrani, parla delle condizioni di lavoro in due fabbriche che producono per il brand nella provincia cinese di Guangzhou, portando alla luce le condizioni dei lavoratori che producono i capi del colosso di moda ultra-rapida
Untold mostra alcuni video e audio registrati di nascosto all’interno delle fabbriche: qui i dipendenti lavorano fino a 18h giornaliere, con un giorno di riposo al mese. Il salario mensile di base è di 4000 yuan, circa 540 euro, per almeno 500 capi al giorno, ma la prima mensilità viene trattenuta dalla fabbrica. La paga può essere anche al pezzo, per circa 4 centesimi di euro al capo, ma se fallato, 2/3 della stessa viene detratta. Le telecamere nascoste di Untold riprendono persino operaie che, per mancanza di tempo, si lavano i capelli in fabbrica durante la pausa pranzo.
Tre anni dopo la sua ultima indagine, l’organizzazione ambientalista Greenpeace è tornata ad analizzare 56 capi con l’inchiesta “Shame on you, Shein!”, scoprendo che circa un terzo degli indumenti testati (18 su 56) contiene sostanze pericolose oltre i limiti stabiliti dal Regolamento europeo per le sostanze chimiche (REACH), inclusi vestiti per bambini.
Greenpeace ha rilevato plastificanti ftalati e PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni” dalle proprietà idrorepellenti e antimacchia, noti per la loro correlazione con cancro, disturbi riproduttivi e della crescita, indebolimento del sistema immunitario.
Sono esposti al rischio i lavoratori e l’ambiente nei Paesi di produzione, ma anche i consumatori finali attraverso il contatto con la pelle, come è successo,ad esempio, ad una ragazza britannica dopo aver acquistato un top sull’e-commerce cinese una che gli ha causato una grave ustione sulla schiena. Ma anche il sudore o l’inalazione delle fibre degli indumenti che, una volta lavati o gettati via, possono inoltre contaminare il suolo e i fiumi ed entrare nella catena alimentare.
Già nel 2022 Greenpeace aveva trovato sostanze chimiche pericolose oltre i limiti legali stabiliti dall’UE nei prodotti Shein: l’azienda, dopo l’indagine, aveva ritirato gli articoli, impegnandosi a migliorare la gestione delle sostanze chimiche. Ma le nuove analisi hanno dimostrato che il problema permane.


