PFAS, rilevati nel vino prodotto in alcune zone del Veneto

PFAS, rilevati nel vino prodotto in alcune zone del Veneto

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Uno studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha rilevato residui di PFAS – in particolare di PFBA – in quasi tutti i vini prodotti nell’area della falda contaminata tra Verona, Vicenza e Padova. 

La contaminazione da PFAS nel vino non riguarda solo l’estero. Se un test della rivista svizzera Saldo su 30 vini aveva svelato la presenza dei cosiddetti inquinanti eterni nei calici proveniente da Italia, Francia, Svizzera, Spagna e Nuova Zelanda, un nuovo studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia conferma ancora una volta l’inquinamento da PFAS di alcune produzioni vitivinicole, in particolare in Veneto.

A finire sotto la lente d’ingrandimento, infatti, è stata quella zona tra Verona, Vicenza e Padova che negli ultimi anni ha sofferto la contaminazione della falda acquifera e dei terreni a causa del disastro ambientale dello stabilimento chimico ex Miteni.

I ricercatori hanno analizzato 76 vini prodotti all’interno e in prossimità della zona contaminata fa PFAS. Dai test è emerso che in 75 campioni sono state trovate tracce di inquinanti eterni e nel 96% dei casi (73 vini su 76) le concentrazioni erano misurabili.

Il composto più rilevato è stato PFBA (acido perfluorobutanico), in una concentrazione media di 196 nanogrammi per litro, con picchi superiori ai 18 mila nanogrammi per litro. Il PFBA è un PFAS a catena corta di nuova generazione ampiamente utilizzato in ambito industriale per rendere i prodotti resistenti all’acqua, ai grassi e alle alte temperature. Nel vino sono stati trovati anche altri composti, tra cui PFPeA e PFBS, rispettivamente nel 61,5% e nel 51,3% dei campioni.

Secondo le analisi, i vini provenienti da aree produttive più esposte alle falde acquifere contaminate avevano concentrazioni maggiori di PFBA. I vigneti entro 75 metri dall’acquifero, infatti, hanno evidenziato una relazione positiva tra il composto contenuto nel vino e nel punto di falda più vicino.

In base a quanto emerso dallo studio, gli autori hanno osservato che il profilo dei PFAS nel vino non corrispondeva esattamente a quelli presenti nell’acqua. Nelle falde erano presenti anche sostanze chimiche a catena lunga, che nel vino sono comparsi raramente.

Questo suggerisce che le radici assorbono più facilmente alcuni PFAS rispetto ad altri, mentre nel frutto arrivano maggiori quantità di composti a catena corta.

Sebbene la presenza di queste sostanze possa provenire anche da altre fonti – come le acque superficiali e il suolo contaminato – per gli autori il vino potrebbe essere utilizzato come bioindicatore per tracciare la potenziale contaminazione ambientale.

Per ISDE, l’Associazione Medici per l’Ambiente, “il tema non riguarda solo l’ambiente, ma anche la salute pubblica. Gli autori stimano che, negli scenari di consumo più elevati, un vino possa portare al superamento della dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare; applicando i fattori di potenza relativa, il superamento riguarderebbe da 3 a 8 vini. Per 3 vini, l’assunzione giornaliera stimata di specifici PFAS supererebbe le rispettive dosi orali di riferimento”.

Secondo gli autori dello studio, per tutelare sia la salute che l’ambiente, servirebbe ridurre l’uso di acque contaminate in agricoltura, valutando fonti idriche alternative e acque reflue trattate per irrigare le coltivazioni e strategie economicamente sostenibili per i produttori.

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