L’Italia resta tra i leader in Europa per l’economia circolare, ma è ancora troppo dipendente dalle importazioni di materiali, a cominciare dalle materie prime strategiche, e questo impatta sempre di più sulla nostra economia. Lo rivela l’8° Rapporto del Circular Economy Network, presentato a Roma, che ha visto la collaborazione tra la Fondazione per lo sviluppo sostenibile e l’ENEA.
Italia ancora leader in Europa per l’economia circolare, ma anche il Paese più dipendente, tra le grandi economie dell’Unione europea, dalle importazioni di materiali. Viaggiamo infatti ancora ad una percentuale di importazione di materie prime dall’estero pari a oltre il doppio della media europea, e questo ha un impatto sempre più pesante anche sulla nostra economia.
Lo conferma l’8º Rapporto sull’Economia Circolare in Italia, presentato a Roma durante la Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare, promossa dal Circular Economy Network (CEN), in collaborazione con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile e con l’ENEA – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.
Alla presentazione del Rapporto hanno partecipato diversi esperti tecnici, comprese le imprese e i consorzi del riciclo, ma anche importanti esponenti politici e istituzionali impegnati sul fronte ambientale. Il lato economico è quello da non sottovalutare: nel 2025, sono stati importati materiali per quasi 600 miliardi di euro, con il costo dei metalli che continua a crescere di anno in anno come dimostra anche la differenza con il 2021, quando le importazioni furono maggiori ma il costo inferiore di quasi il 24%.
Questo perché l’Italia, pur vantando un buon livello di circolarità per il tasso di riciclo dei rifiuti e per un utilizzo efficiente dei materiali, investe poco nell’innovazione circolare ed è ancora troppo dipendente dalle importazioni di materie prime strategiche. Un problema, questo, che è comunque comune anche al resto dell’Unione europea, che cerca di promuovere la circolarità con varie misure ma è ancora molto dipendente dall’importazione di materie prime critiche. Il prossimo passo, a livello comunitario, è il Circular Economy Act, una legge quadro attesa per la fine dell’anno. Dopo altre misure, che finora non si sono rivelate efficaci come sperato, l’auspicio è che questo nuovo provvedimento possa contribuire a raggiungere il target, al 2030, di un tasso di circolarità pari al 24%. Un obiettivo che, ad oggi, non si è affatto sicuri di poter centrare.
L’aumento dei prezzi delle materie prime critiche, che impatta sull’economia italiana ed europea, è da imputare a varie cause: ancora prima della crisi dello stretto di Hormuz, infatti, negli anni si è consolidata una tendenza di restrizione del commercio globale, con aumento di misure protezionistiche che hanno riguardato materiali essenziali come litio, cobalto, nichel, grafite, manganese e terre rare. Una cosa è certa: con una dipendenza simile, ogni singola crisi geopolitica rischia di stroncare anche le economie dell’Italia e di altri importanti Paesi europei.
Anche per questo motivo, il Circular Economy Network ha suggerito delle proposte proprio in vista dell’approvazione del Circular Economy Act. Da un mercato unico europeo delle materie prime seconde ad una revisione che possa potenziare la Direttiva sui RAEE, passando per la progettazione circolare dei prodotti, l’ampliamento della responsabilità estesa del produttore e maggiori incentivi fiscali per la circolarità. E ancora: appalti pubblici, incentivi e partnership tra pubblico e privato per la circolarità; nuove collaborazioni industriali e piattaforme di filiera; un sempre maggiore coinvolgimento degli Enti locali, ma anche un commercio circolare basato sulla cooperazione internazionale.
Non si tratta ovviamente di obiettivi semplici, né per l’Italia né per l’Europa, ma il nostro Paese ha il vantaggio di partire da condizioni decisamente migliori rispetto a tanti altri Stati del Vecchio Continente.
“Il Rapporto di quest’anno focalizza un tema che sta diventando rilevante: si parla molto di fossili, ma poco di materiali. Nel contesto della crisi globale, il tema dell’approviggionamento, dei prezzi e delle forniture di materie prime sta diventando sempre più importante” – ha spiegato Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente e presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – “Per questo, in tale contesto, la maggiore circolarità dell’economia (cioè aumentare il riciclo, il riutilizzo e l’uso più efficiente dei materiali) diventa non solo strategica per la sostenibilità ambientale, ma anche per la competitività economica e per la sicurezza delle nostre economie“.
“L’Italia è particolarmente vulnerabile perché dipende per il 46% da importazioni di materiali impiegati, praticamente il doppio della media europea che è di circa il 22%. Però è anche leader della circolarità perché ha un tasso di sostituzione delle materie prime vergini del 21,6% (la media europea è del 12%), ha una buona produttività delle risorse e anche una impronta dei materiali (consumo di materiali per abitante) piuttosto buona” – ha poi aggiunto Edo Ronchi – “L’Italia ha quindi la necessità di aumentare la propria circolarità, avendo le possibilità di farlo perché parte già da buoni livelli“.
“Quest’anno il focus di ENEA è sulla gestione delle risorse idriche e quindi, in particolare, sul concetto dei depuratori come bioraffinerie, che non sono impianti per gestire un problema ambientale ma per produrre risorse. Quindi, acqua di qualità adeguata che consente l’approvvigionamento di circa il 40% di quelle che sono le esigenze di un settore come l’agricoltura, ma anche nutrienti e materie prime critiche, come il fosforo, che viene attualmente importato da fuori Europa per quasi il 100%” – il punto di Claudia Brunori, direttrice del Dipartimento Sostenibilità, circolarità e adattamento al cambiamento climatico dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’ENEA – “Il fosforo è necessario alla vita, come fertilizzante ma anche in tante applicazioni industriali hi-tech come ad esempio all’interno delle batterie litio-ferro-fosfato“.
“Il focus va anche sulla gestione ottimizzata per quanto riguarda le acque di mare negli impianti di dissalazione, che alla stessa maniera possono essere utilizzati come impianti di produzione di risorse. Quindi, non solo acqua potabile necessaria in isole minori e altre località costiere remote con difficoltà di approvvigionamento mediante acquedotti” – ha aggiunto Claudia Brunori – “Un esempio è quello della produzione di magnesio dalle salamoie che si producono dalla tecnologia di dissalazione, e che consente di coprire le esigenze industriali per questa materia prima strategica“.
“Oggi ho sentito spesso citare il tema dell’importanza dell’economia circolare, perché ovviamente produce risorse dentro il Paese anziché importarle. Cito solo l’esempio del nostro caso, quello dell’olio minerale usato, che dalla crisi di fine febbraio è triplicato di valore, ben oltre l’aumento che c’è stato nel settore petrolifero. Quindi, le materie prime importanti sono ancora più soggette a questa crescita dei costi ed è un bene che in Italia un terzo del fabbisogno di oli e lubrificanti venga dalla rigenerazione di oli usati” – ha spiegato Riccardo Piunti, presidente del Consorzio nazionale oli usati (CONOU) – “Un rifiuto pericoloso viene trasformato in basi lubrificanti utilizzabili, della stessa qualità di quelle vergini. Sembra una cosa piccola, ma è molto importante perché questa economia circolare completa, che abbiamo realizzato nell’olio minerale usato nei 42 anni di vita del Consorzio, dimostra che un terzo delle risorse possono essere generate all’interno da un rifiuto pericoloso che altrimenti non sapremmo come gestire“.
Il Rapporto in numeri
65,0 – Indice di circolarità dell’Italia: seconda in UE
21,6% – Tasso di utilizzo circolare di materia: primo in Europa (media UE 12,2%)
85,6% – Rifiuti riciclati sul totale gestito (media UE 41,2%)
4,7 €/kg – Produttività delle risorse: prima tra le grandi economie UE (media UE 3 €/kg)
46,6% – Dipendenza italiana dalle importazioni di materiali: la più alta tra le grandi economie UE
(media UE 22,4%)
~600 mld € – Costo delle importazioni nel 2025: +23,3% dal 2021 pur con volumi in calo
82% – Dipendenza UE dalle importazioni di roccia fosfatica (100% per il fosforo elementare)
88% – Quota cinese della produzione mondiale di magnesio (dipendenza UE: totale)


