Nuove norme per le aziende e per la tutela dei consumatori. L'obiettivo è quello di porre fine al fenomeno del greenwashing. Cosa cambia quindi per le aziende? Intervista all'avv. Giuseppe D'Ippolito. 

Greenwashing, cosa cambia per le aziende con le nuove norme?

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Nuove norme per le aziende e per la tutela dei consumatori. L’obiettivo è quello di porre fine al fenomeno del greenwashing. Cosa cambia quindi per le aziende? Intervista all’avv. Giuseppe D’Ippolito. 


Più tutele per i consumatori contro le dichiarazioni ambientali ingannevoli. Dal 27 settembre cambiano le regole sul greenwashing in Italia.

Dire “green”, “eco”, “a impatto zero” o “rispettoso dell’ambiente” non sarà più sufficiente, le aziende dovranno dimostrare le proprie dichiarazioni ambientali.

Il greenwashing consiste nell’insieme delle pratiche attraverso cui un prodotto, un servizio o un’azienda vengono presentati come più sostenibili, ecologici o rispettosi dell’ambiente di quanto sia effettivamente dimostrabile.

Dal 27 settembre, quindi, saranno operatice le norme introdotte nel codice del consumo dal Decreto legislativo 30/2026, che ha recepito in Italia la Direttiva (UE) 825/2024 “Empowering Consumers Directive for the Green Transition”.

Cosa cambia quindi per le aziende e quali tutele ci sono effettivamente per i consumatori? A rispondere a TeleAmbiente a questa domanda l’avv. Giuseppe D’Ippolito, docente di Diritto Ambientale, Tutela dei Mercati e dei Consumatori e autore del libro “Il diritto del Greenwashing. Dalla pubblicità ingannevole alle nuove prospettive per consumatori e aziende“.

“La nuova normativa contiene anche un’altra serie di disposizioni che riguardano il consumatore. Ci sono, per esempio, le disposizioni sul cosiddetto avviso armonizzato o l’etichetta di durabilità, che sono proprio delle prescrizioni che impongono, a tutti coloro che sono fornitori di prodotti o servizi per il consumatore, di utilizzare un modello standard che è stato già fissato dall’Unione Europea per indicare le garanzie legali che sono connesse a quel prodotto o le garanzie volontarie. Questa sarebbe l’etichetta armonizzata, quando la garanzia volontaria supera i termini della garanzia legale che ricordiamo è di 2 anni. – spiega l’avv. D’Ippolito – Sono entrate poi in vigore a luglio le disposizioni sulla riparabilità dei beni. Quindi, diciamo che siamo di fronte ad un complesso di norme che introdurrà una nuova maniera con la quale le aziende dovranno presentare i propri prodotti e servizi al consumatore”.

 

Cosa prevede nello specifico la normativa

Secondo potranno essere impiegate espressioni come “green” o “eco” o claim ambientali generici se:

  • non sussiste una dimostrazione adeguata della performance ambientale;
  • l’esposizione di etichette di sostenibilità non sono fondate su sistemi di certificazione o non stabilite da autorità pubbliche;
  • l’attribuzione all’intero prodotto, marchio o impresa di una caratteristica ambientale riguarda invece soltanto uno specifico elemento;
  • la presentazione di un vantaggio competitivo di una caratteristica che è invece obbligatoria per legge.

Anche le promesse sul futuro dovranno essere dimostrate: promettere che un’azienda diventerà ”carbon neutral” entro una determinata data e che ridurrà drasticamente le proprie emissioni o raggiungerà determinati obiettivi ambientali non potrà essere una semplice dichiarazione di intenti. Le affermazioni dovranno essere supportate da impegni chiari, verificabili e inseriti in un percorso concreto.

Un altro cambiamento importante riguarda le etichette di sostenibilità: la nuova disciplina limita l’utilizzo di marchi ed etichette ambientali non supportati da sistemi di certificazione riconosciuti o da autorità pubbliche. Per le dichiarazioni di eccellenza ambientale assumono particolare rilevanza sistemi come l’Ecolabel e gli standard di qualità ecologica conformi alla norma ISO 14024, che prevedono criteri e procedure per l’assegnazione di marchi ambientali e forme di verifica indipendente.

Un’altra parte importante della riforma riguarda la durabilità e la riparabilità dei prodotti. L’obiettivo è permettere al consumatore di valutare non soltanto quanto costa un prodotto al momento dell’acquisto, ma anche quanto può durare e quanto sia possibile mantenerlo in uso nel tempo (garanzie commerciali superiori ai due anni, durata minima degli aggiornamenti software, la disponibilità dei pezzi di ricambio ecc.).

Nuove regole riguardano anche i siti web, le app e i negozi digitali che mettono a confronto la sostenibilità di prodotti o servizi: se un sito, un’app o un negozio digitale mette a confronto la sostenibilità di più prodotti o servizi, deve chiarire il metodo che usa per il confronto. Il consumatore deve poter comprendere quali dati sono stati utilizzati e quali criteri hanno portato al risultato.

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