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Nucleare, approvato il ddl delega: futuro sostenibile o semplice spot?

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Per la maggioranza, si tratta di un importante passo in avanti verso la sicurezza e l’autonomia energetica dell’Italia. Il governo, entro un anno, dovrà adottare i decreti attuativi per disciplinare il ritorno al nucleare. Si punta ad avere i primi reattori modulari entro il 2034, ma è davvero un obiettivo realizzabile? Gli esempi all’estero non sono incoraggianti, e ci sono anche altri dubbi che riguardano i costi, i siti dei futuri impianti e le scorie radioattive.

Dopo l’ok della Camera, anche il Senato ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare, con cui il governo potrà adottare, nel prossimo anno, decreti attuativi per definire e disciplinare la produzione e l’utilizzo di energia, la gestione del combustibile e dei rifiuti radioattivi, la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti. E, in una prospettiva di lungo termine, anche lo sviluppo dell’energia da fusione.

Plaude la maggioranza, oltre ad Azione che ha votato in modo favorevole e Confindustria, mentre restano critiche le opposizioni e le associazioni ambientaliste come Legambiente, Greenpeace Italia, WWF Italia e Kyoto Club. A non convincere sono i tempi, i costi e l’annoso problema delle scorie da smaltire, anche se secondo il principale promotore del Ddl, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto, i decreti attuativi riguarderanno anche il Deposito. Nei piani del ministro, ce ne sarà uno ridotto e destinato esclusivamente allo stoccaggio delle scorie, ed uno per i rifiuti a bassa e media intensità, dove andranno conferiti i materiali edilizi provenienti dal decommissioning delle vecchie centrali.

Non è un mistero che l’Italia punti a introdurre, sul proprio territorio, una tecnologia avanzata del tradizionale nucleare a fissione: gli Small Modular Reactors (SMR) e gli Advanced Modular Reactors (AMR). Non è ancora chiaro chi si occuperà di valutare e garantire la loro sicurezza, un incarico che attualmente viene ricoperto dall’ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione) ma che potrebbe essere anche delegato ad un nuovo ente.

Va ricordato poi che la legge approvata dal Parlamento non individua i luoghi in cui potranno sorgere i reattori modulari. A farlo saranno i decreti attuativi in cui saranno valutate caratteristiche dei territori come la sismicità, il rischio idrogeologico, la sicurezza nucleare, la morfologia, le infrastrutture esistenti e la connessione alla rete. Se il ministro Pichetto conta di approvare i decreti attuativi già entro la fine di quest’anno, e di avere i primi reattori modulari in Italia tra il 2033 e il 2034, i dubbi rimangono. E anche qualche certezza in senso negativo, come ad esempio il fatto che il ritorno al nucleare non garantirà prezzi più bassi in bolletta o maggior sicurezza energetica prima di un decennio.

Tra le perplessità riguardanti i reattori modulari, la principale è che al momento non esistono in nessun Paese occidentale. Ci sono stati programmi e progetti di sviluppo, ma senza alcun esito positivo dal punto di vista pratico. Secondo i sostenitori del ritorno al nucleare, gli small modular reactor hanno il vantaggio di essere di dimensioni contenute e di poter essere costruiti e pre-assemblati in serie per poi poter essere installati più facilmente sul territorio. Eppure, solo la Russia e la Cina hanno implementato questa tecnologia: nel primo caso, con due reattori per la propulsione navale, e nel secondo, con il reattore modulare di Linglong, nella provincia insulare dell’Hainan, che però occupa una superficie di oltre 20 ettari.

Grande incertezza c’è anche sui costi. Il reattore nucleare ad acqua pressurizzata costruito nella centrale di Flamanville, in Francia, doveva essere realizzato entro il 2012 e costare circa 3,5 miliardi di euro, ma è stato avviato solo alla fine del 2024 e con una spesa complessiva di oltre 20 miliardi. I reattori modulari, che esistono solo come prototipi, potrebbero avere una sorte analoga.

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