“Liberati da ogni etichetta”. Nasce il primo unbranded store dove acquistare abiti privi di etichetta. Ma voi comprereste mai vestiti senza conoscerne la provenienza?
Capi di oltre 100 brand italiani e internazionali senza etichette per fare in modo che il consumatore sia “libero di scegliere” senza condizionamenti e senza dar peso al nome del brand. Così si presenta YOLO (You Only Live Once) il primo unbranded store in Italia, aperto a Milano in via Torino 60.
Abiti che nascono come brandizzati ma che vengono rivenduti al pubblico ad un prezzo inferiore, proprio grazie alla rimozione delle etichette. Uno store curato in ogni dettaglio, coloratissimo, con scritte sulle pareti, elementi interattivi, quindi, una location che possiamo definire molto “instagrammabile” e che non passerà di certo inosservata agli occhi della Gen Z. Infatti, Yolo sembra proprio rivolgersi ad un target di consumatori che preferisce acquistare abiti a prezzi accessibili.
L’idea parte dalla vendita di abiti pre-esistenti, svuotando i magazzini e gli inventari dei vari brand. Non capi prodotti ad hoc ma abiti “riutilizzati”. Una forma di consumo green? Ci sono delle cose che non ci tornano, ma analizziamole insieme e vediamo quanto questa nuova modalità di store possa essere definita “sostenibile“.
Comprereste mai un abito senza conoscerne la provenienza?
Partiamo dal concetto di fast fashion, ovvero la cosiddetta “moda veloce”, di un modello di business che si basa sulla produzione di massa, prezzi bassi e grandi volumi di vendita. Ci si affida a brand con capi di tendenza a prezzi stracciati. Un fenomeno che ha portato ad un importante aumento della produzione, con conseguente crescita degli indumenti utilizzati e poi scartati, rendendo l’industria della moda una delle più impattanti dal punto di vista ambientale.
Il concetto di moda sostenibile si fonda su concetti come economia circolare, qualità, produzione etica e sostenibile. Un esempio di brand che racchiude questi principi (per farvi capire meglio cosa intendiamo quando parliamo di aziende che seguono questo percorso) è Rifò, un brand di moda circolare made in Italy che rigenera vecchi indumenti dando vita a nuovi capi, una vera e propria alternativa alla fast fashion.
Ma tornando a YOLO, sul sito web si legge: “…la selezione degli articoli di YOLO, da 9 euro, si rivela low price, ma mai cheap. Con una vasta scelta di capi che nascono come brandizzati ma vengono deprezzati proprio grazie alla rimozione delle etichette, dove ogni articolo proviene da collezioni attuali, da precedenti stagioni o dai prototipi per le collezioni future”.
Possiamo definirla quindi una forma di outlet, abiti invenduti, second hand? Non ci è chiaro. Ma fin qui l’idea dello store potrebbe anche aver un suo perchè.
Quello che non riusciamo a capire è: come facciamo a combattere la fast fashion se non abbiamo nemmeno un’etichetta che certifichi quello che stiamo andando ad indossare? Da dove proviene? Come è stato prodotto? E la qualità da cosa si capisce? Non conosciamo l’azienda, non sappiamo nulla.
Se da una parte c’è chi acquista abiti solo perché appartenenti ad un certo brand, dall’altra ci sono consumatori attenti, e nei loro acquisti fanno riferimento a certificazioni, materiali, origine. In questo modo lasciamo davvero “libero” un consumatore di scegliere? Questi i nostri dubbi…e attendiamo delle risposte! 🙂


