Mancano controlli e sanzioni per chi viola la legge e a pagare sono i contribuenti e i consumatori. Eppure, se il sistema funzionasse a dovere, l’economia circolare ne gioverebbe.
Per l’acquisto di pneumatici, la legge prevede un contributo ambientale per lo smaltimento. Eppure, in Italia, il sistema non funziona per vari motivi. Lo spiega un’inchiesta realizzata da Antonella Cignarale per Report. I responsabili del servizio di raccolta e smaltimento sono i produttori e i rivenditori, ma il costo è a carico dei consumatori. Non sempre, però, quando si acquistano pneumatici, nell’importo è presente la voce relativa al contributo ambientale.
Il motivo? Soprattutto il mercato illegale, florido sul web, ma non solo. Secondo i dati dell’Osservatorio sui flussi illegali di pneumatici in Italia, ogni anno vengono evasi 12 milioni di euro di contributo ambientale. Un dato, quasi sicuramente, sottostimato. Spesso, dall’estero, arrivano pneumatici già usati, che vengono rivenduti a prezzi stracciati e ovviamente evadendo il contributo ambientale.
Fermare questo fenomeno non è semplice. Anche perché secondo la Guardia di finanza, che dovrebbe fare i controlli e comminare le sanzioni, non sarebbero previste multe per chi evade il contributo ambientale. C’è poi un altro problema relativo alla tracciabilità: il Ministero dell’Ambiente, che spiega invece che le sanzioni sono previste, non ha ancora adottato un registro informatico nazionale che aiuti a monitorare il fenomeno.
C’è poi un altro aspetto critico: per la legge, ogni 100 kg di pneumatici, ne vanno raccolti 95 per lo smaltimento (calcolando che la normale usura riduce il peso del 5%). Il numero effettivo di pneumatici, a causa di quelli immessi illegalmente nel mercato, è però decisamente maggiore di quelli censiti e questo fa sì che quelli esausti si accumulino nelle officine o, peggio, vengano abbandonati nell’ambiente. Può anche capitare che le officine siano costrette a pagare multe per gli pneumatici che si accumulano ma che avrebbero dovuto essere ritirati dagli appositi consorzi di recupero.
C’è poi un assurdo controsenso: il Ministero dell’Ambiente ha chiesto ai consorzi di recuperare il 20% in più della quota di raccolta prefissata, il tutto pagato dai consumatori con una maggiorazione del contributo ambientale. In questo modo, i soldi dei consumatori che acquistano pneumatici legalmente finiscono anche per pagare lo smaltimento di quelli per cui il contributo ambientale è stato evaso.
E pensare che, con una filiera efficiente del riciclo e del recupero dei materiali, dagli pneumatici usati potrebbero essere ricavate tantissime risorse. Materiali fonoassorbenti, come quelli utilizzati dall’Auditorium di Parma, ma anche speciali scarpette plantari usate come dispositivi medici per le mucche in allevamento, erba sintetica, materiale per piste di atletica, pavimentazione antishock per bambini e polverino per l’asfalto. Va ricordato che, da uno pneumatico, si può ricavare un 65% di gomma riciclata, un 25% di acciaio riutilizzabile e un 10% di fibra tessile che può essere utilizzata come combustibile industriale. Al momento, però, i costi del riciclo sono decisamente maggiori rispetto all’utilizzo degli pneumatici che vengono bruciati per produrre energia.


