Il viaggio dei PFAS tra gli oceani, passando per lo stretto di Fram per arrivare nelle acque di tutto il mondo. Lo studio dell’Università del Rhode Island.
I PFAS, le cosiddette “sostanze chimiche per sempre”, inquinano sempre più terreni e risorse idriche del Pianeta, andando a finire negli oceani e raggiungendo le zone più remote dell’Artico.
Secondo il nuovo studio pubblicato su Environmental Science & Technology Letters guidato dal professor Rainer Lohmann della URI Graduate School of Oceanography: “L’Oceano Artico esporta potenzialmente nell’Oceano Atlantico settentrionale tanti PFAS quanti ne entrano, facendo circolare i composti in tutto il mondo”.
I forever chemicals quindi non restano confinate nelle acque nel profondo Nord. Queste sostanze, ampiamente utilizzate per imballaggi, oggetti di uso quotidiano come padelle e carta igienica, abbigliamento, vengono chiamate “eterne” perché non esistono in natura e l’ambiente non riesce a smaltirle. Oltre ad inquinare gli ecosistemi, i PFAS comportano rischi anche per la salute umana, essendo noti interferenti endocrini, molti studi li collegano al rischio di patologie quali tumori femminili, cancro ai testicoli, carcinomi alle cellule renali.
Sostanze prodotte dall’uomo che finiscono nell’oceano “attraverso una combinazione di deposizione atmosferica e vari scarichi provenienti da industrie, siti contaminati e impianti di trattamento delle acque reflue”, spiega Lohmann. Alcuni PFAS fanno “l’autostop” in aria e cadono sulla superficie dell’oceano, altri ci arrivano dagli oceani adiacenti.
L’impatto di queste sostanze sugli ecosistemi marini dipende dalla loro concentrazione e tipologia. “Questi fattori sono in continua evoluzione man mano che l’acqua scorre tra l’Oceano Artico e l’Oceano Atlantico settentrionale. Questi corpi idrici sono collegati dallo stretto di Fram, che si trova a nord-est della Groenlandia, vicino all’arcipelago delle Svalbard. L’acqua calda viaggia verso nord lungo il lato orientale dello stretto, mentre l’acqua fredda scorre verso sud lungo il lato occidentale, fornendo un passaggio dinamico per il trasporto dei PFAS”, spiegano gli scienziati dell’Università del Rhode Island.
10 PFAS rilevati negli Oceani, anche in acque profonde
Dopo un anno di monitoraggi, i ricercatori hanno rilevato che:
- 10 PFAS sono stati rilevati in almeno un campionatore passivo, tuttavia una sostanza rilevata nell’area da precedenti gruppi di ricerca non era tra queste.
- 2 composti noti come PFOA e PFOS, erano presenti ai livelli più alti. Erano regolarmente presenti anche i PFAS più recenti a catena corta.
- Diversi PFAS sono stati trovati in acque profonde meno di 3.000 piedi (quasi 1km di profondità).
L’ultimo dato secondo il team è sorprendente perché quell’acqua è “vecchia”, non essendo stata in contatto con l’aria per almeno 50 anni. I PFAS quindi, si sono probabilmente attaccati a delle particelle mentre cadevano sul fondo del mare.
Il gruppo di scienziati ha anche calcolato la quantità di PFAS che scorrono nelle due direzioni nello stretto di Fram. Le tonnellate che hanno viaggiato in un anno nell’Oceano Artico sono circa 123, mentre 110 quelle nell’Oceano Atlantico. Un via vai di sostanze tossiche imponente, confermato anche dallo stesso Lohmann che osserva: “i PFAS sono presenti in concentrazioni molto maggiori rispetto ad altri contaminanti che abbiamo esaminato in precedenza”.
New research from #URIGSO‘s Lohmann Lab reports that the Arctic Ocean potentially exports as many PFAS to the North Atlantic Ocean as enters it, circulating the compounds around the world.
➡️ More on this research using passive samplers the Arctic: https://t.co/Ric7B04A6P
— URI Graduate School of Oceanography (@URIGSO) January 11, 2024


