L’energia atomica di ultima generazione potrebbe essere un prezioso strumento per la decarbonizzazione, ma ci sono due notizie poco incoraggianti sia per quanto riguarda i piccoli reattori modulari che per lo sviluppo della fusione.
Puntare sul nucleare di nuova generazione per la decarbonizzazione è un obiettivo dichiarato, ormai da tempo, del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto. Ora, però, è tutto nero su bianco con l’aggiornamento del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) inviato dall’Italia alla Commissione europea: l’obiettivo è di arrivare, al 2050, almeno all’11% di nucleare nel mix energetico nazionale. Un obiettivo ambizioso, da raggiungere ovviamente attraverso diversi step. Il primo è stato l’istituzione, qualche mese fa, di una Piattaforma nazionale per il nucleare sostenibile.
Gilberto Pichetto non lo ha mai nascosto: per il ministro, la tecnologia più utile nel medio termine è quella dei piccoli reattori modulari (small modular reactors o SMR), impianti più contenuti e convenienti rispetto alle grandi centrali nucleari tradizionali. E solo dopo, ovviamente, puntare tutto sulla fusione nucleare. Una tecnologia avvincente ma ancora tutta da sviluppare prima dell’effettiva implementazione a livello commerciale. E la strada, come vedremo, si sta rivelando più lunga e tortuosa del previsto.
La prima, brutta notizia riguarda gli SMR. In Francia, uno dei maggiori produttori di energia nucleare in Europa, il colosso Électricité de France ha deciso di non puntare più sulla ricerca e sullo sviluppo di nuove tecnologie proprie per quanto riguarda i piccoli reattori modulari. In sintesi: si continuerà a puntare sugli SMR, ma scegliendo tecnologie già esistenti e disponibili sul mercato. L’obiettivo in Francia è avere i primi SMR operativi tra il 2030 e il 2035, ma EDF, tramite la consociata Nuward (creata appositamente per il progetto SMR), ha deciso di interrompere una ricerca che andava avanti da quattro anni perché la tecnologia rischia di essere troppo costosa e complessa da realizzare.
Come rivela l’agenzia Reuters, la decisione di EDF sarebbe maturata dopo un confronto con alcuni potenziali investitori (Vattenfall, CEZ e Fortum). A questo punto, tutto dovrebbe convergere verso una diversa tecnologia innovativa, quella dei reattori nucleari europei ad acqua pressurizzata di terza generazione avanzata (European pressurized reactor o EPR). In questo caso, ci sono già degli impianti operativi, ma alcuni esperti rilevano diverse criticità (tecnologiche, economiche e anche di sicurezza). Sotto la presidenza di Emmanuel Macron, si era arrivati ad una decisione di una certa rilevanza: poco più di sei mesi fa, la ministra della Transizione ecologica Agnés Pannier-Runacher aveva annunciato di voler costruire almeno sei nuovi reattori EPR (oltre ad altri otto eventuali). Al di là come vada a finire il ballottaggio elettorale in Francia, appare improbabile (se non impossibile) che questa decisione di politica energetica venga rivista.
Tornando invece agli SMR, occorre far presente che la tecnologia a livello globale non è poi così sviluppata. Nel mondo ci sono solo due impianti effettivamente operativi (due in Russia e due in Cina) e i progetti degli impianti si basano quasi sempre su tecnologie non ancora completamente sviluppate. Ci sono dei progetti di ricerca e di design, come quello di Rolls-Royce nel Regno Unito e di NuScale negli Stati Uniti.
L’Italia, nel Pniec, ha definito anche alcuni scenari sul nucleare, si da fissione che da fusione. Si prevede di installare 0,4 GW entro il 2035, che salirebbero a 2 nel 2040, a 3,5 nel 2045 e a 8 nel 2050. Di questi 8 GW, si punta a raggiungere almeno 0,4 GW da fusione, ma solo nello scenario a lungo termine. Per il resto, si punta tutto sugli SMR per arrivare all’obiettivo minimo al 2050 dell’11% di nucleare nel mix energetico italiano. I dubbi sull’effettiva possibilità di implementare determinate quote di energia atomica nel mix nazionale appaiono quindi legittimi, anche per quanto riguarda alcune caratteristiche della fusione.
Nella fusione, l’energia viene originata dall’unione di due nuclei di elementi molto leggeri (come ad esempio l’idrogeno) e da questa reazione vengono prodotti un neutrone e un gas inerte come l’elio. Questo processo non comporta emissioni di gas serra e gli unici materiali radioattivi generati (la parte di combustibile costituita da trizio e i prodotti di attivazione generati durante il funzionamento degli impianti) resterebbero all’intero della camera di reazione, completamente isolata dall’esterno. In poche parole: l’energia nucleare da fusione appare sicuramente sicura e sostenibile. Ma ha un ‘piccolo’ difetto: quello di non esistere a livello commerciale.
Finora, siamo ancora nel campo della ricerca e dello sviluppo. E siamo solo all’inizio di un cammino che si sta rivelando più lungo del previsto. A livello globale, il progetto più interessante è senza dubbio quello di ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), un reattore in costruzione a Cadarache, in Francia, e a cui lavorano i Paesi dell’Unione europea, gli Stati Uniti, la Cina, l’India, il Giappone, la Russia e la Corea del Sud. Per avere i primi impianti di energia nucleare da fusione, tuttavia, l’orizzonte potrebbe arrivare addirittura oltre la data del 2050, prevista inizialmente dai più ottimisti. Senza contare l’ultimo intoppo.
L’italiano Pietro Barabaschi, che dirige il progetto (finanziato per metà dall’Ue), ha infatti ammesso pochi giorni fa che ITER si sta rivelando più complesso e costoso del previsto. Per la fusione, infatti, è necessario produrre del plasma che inizialmente, negli scenari più ottimisti, si prevedeva di ottenere entro la fine del 2025. Ora, invece, la produzione del plasma è stata posticipata di otto anni, al 2033. E come se non bastasse, alcuni ritardi nella ricerca e nello sviluppo, ma legati anche alla riparazione di alcune parti difettosi, comporteranno costi aggiuntivi di almeno 5 miliardi di euro (sui 20 complessivi inizialmente previsti).
Il primo cronoprogramma per il progetto ITER era stato stilato nel 2016. Ora, tutto sta per slittare: la produzione di energia magnetica completa, prevista iniziamente per il 2033, non arriverà prima del 2036. Il consiglio di amministrazione del progetto, che ha rappresentanti di tutti i Paesi membri partner, ha accettato di continuare il progetto ma deve ancora decidere sui finanziamenti aggiuntivi richiesti. Una decisione che potrebbe arrivare forse a novembre, quando si terrà un nuovo consiglio.
Il nucleare sostenibile, quindi, rischia di apparire come un miraggio. Se fosse effettivamente disponibile in un lasso di tempo accettabile (e a decidere i tempi non è la politica né gli ambientalisti, ma il clima), sarebbe una “scelta obbligata“, come ha spiegato Gilberto Pichetto. Ma rimaniamo sempre nel periodo ipotetico. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha sicuramente ragione quando dice che la fusione nucleare “è una delle sfide più ambiziose del nostro tempo“. Il punto, però, è che forse è una sfida troppo ambiziosa. Ed è anche per questo che il ministro fa bene a puntualizzare, anche se dovrebbe farlo più spesso, che le sue previsioni riguardano esclusivamente scenari e orientamenti e non la realtà effettiva.


