ONU: La crisi climatica minaccia la stabilità economica globale

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La crisi climatica sta causando aumenti dei prezzi delle materie prime e una nuova emergenza-fame globale, minacciando la stabilità economica mondiale. Secondo l’ONU, solo politiche climatiche forti e coordinate, capaci di ridurre le emissioni e promuovere la crescita sostenibile, possono invertire questa tendenza. Tuttavia, i finanziamenti ai Paesi poveri per la transizione energetica sono in calo a causa di tagli agli aiuti internazionali, con il rischio di una transizione climatica a due velocità. Organizzazioni civili chiedono ai governi di tassare i profitti delle compagnie fossili e le grandi ricchezze per finanziare un futuro più equo e sostenibile.

La crisi climatica sta facendo aumentare i prezzi delle materie prime, aggravando la fame nel mondo e destabilizzando l’economia globale. A lanciare l’allarme è Simon Stiell, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che ha parlato da Panama, uno dei luoghi dove gli effetti del riscaldamento globale sono già ben visibili.

Negli ultimi anni, la siccità ha portato il livello dell’acqua del Canale di Panama a minimi pericolosi, compromettendo i traffici commerciali internazionali. Ma le conseguenze si estendono ben oltre i confini dell’America Centrale: “Le stesse siccità che colpiscono il canale – ha detto Stiell – stanno riducendo i raccolti in tutto il mondo, svuotando gli scaffali dei negozi e spingendo milioni di persone verso la fame. La carestia è tornata, e il ruolo del riscaldamento globale non può essere ignorato”.

L’analisi dell’ONU è chiara: solo un’azione forte e coordinata per ridurre le emissioni di gas serra può riportare stabilità economica. Secondo Stiell, gli investitori sono pronti a mobilitare capitali ingenti, ma servono segnali politici inequivocabili: “Politiche climatiche chiare e ambiziose sono l’antidoto all’incertezza economica. Possono far ripartire i commerci, far crescere le economie e prevenire impatti climatici devastanti”.

Nei prossimi mesi, i governi dovranno presentare nuove strategie nazionali di riduzione delle emissioni. A differenza del passato, ha sottolineato Stiell, questi piani non dovranno solo concentrarsi sui tagli, ma puntare alla crescita: “Parliamo di far crescere industrie, economie e opportunità, proteggendo al contempo la natura e costruendo un futuro migliore”.

Se ben progettati, questi piani potrebbero generare una cascata di benefici: più posti di lavoro, maggiori entrate e nuovi investimenti. Ma la transizione non può procedere a due velocità. Alcuni Paesi stanno avanzando rapidamente verso un’economia pulita, mentre altri – spesso i più poveri – restano indietro, senza le risorse per affrontare la crisi climatica o investire nelle energie rinnovabili.

Il finanziamento climatico per i Paesi in via di sviluppo è sotto crescente minaccia. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi durante l’era Trump, insieme al taglio degli aiuti esteri, ha creato un vuoto di decine di miliardi di dollari. Anche il Regno Unito ha ridotto gli aiuti, passando dallo 0,5% allo 0,3% del PIL, e non è chiaro se l’attuale impegno da 11,6 miliardi di sterline sarà mantenuto dopo il 2026.

Come ha spiegato il Guardian, più di 80 organizzazioni della società civile hanno scritto al primo ministro britannico proponendo di tassare i profitti in eccesso delle compagnie fossili, i jet privati e gli yacht di lusso, e di introdurre una tassa sulla grande ricchezza per finanziare la transizione climatica. Secondo le stime, il Regno Unito potrebbe raccogliere 115 miliardi di sterline in cinque anni.

Catherine Pettengell, direttrice della Climate Action Network UK, ha ricordato che l’azione climatica è nell’interesse di tutti: “Il vero banco di prova della leadership britannica sarà la capacità di sostenere i Paesi più colpiti dalla crisi climatica, pur essendo i meno responsabili. Come sesta economia al mondo e quinto inquinatore storico, il Regno Unito ha la responsabilità e i mezzi per fare molto di più”.

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