Dopo le recenti alluvioni in Sudan e Sud Sudan, sono tanti i casi in cui fasce di popolazioni o interi Paesi particolarmente vulnerabili dal punto di vista economico subiscono maggiormente gli effetti della crisi del clima. Giorgio Vacchiano, docente di Gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano, spiega: “Chi è responsabile degli impatti delocalizzati dovrebbe essere responsabile anche di aiutare la loro prevenzione o la ripresa dopo eventi estremi”.
Le recenti alluvioni che hanno colpito il Sudan e il Sud Sudan alla fine di agosto, e che hanno ucciso oltre mille persone causando anche diverse decine di migliaia di sfollati, sono solo l’ennesimo campanello d’allarme sulla necessità di avere una vera giustizia climatica. Ancora una volta, infatti, si conferma il paradosso per cui interi Paesi o fasce di popolazione meno responsabili della crisi del clima sono anche quelli più vulnerabili di fronte agli eventi meteo sempre più estremi. I responsabili della crisi climatica sono ormai noti, e almeno su un piano ideale dovrebbero essere loro a pagare per i danni causati a livello globale. Il tema degli eventi estremi che colpiscono ciclicamente i Paesi più poveri e vulnerabili, insieme a quello della giustizia climatica, viene affrontato così dal professor Giorgio Vacchiano, docente di Gestione e pianificazione forestale dell’Università Statale di Milano.
“Le alluvioni del Sud Sudan sono un fenomeno ormai frequente, quasi ogni anno quel Paese viene interessato da eventi meteorologici estremi molto importanti, i cui effetti sono accentuati dalla grandissima vulnerabilità economica e sociale. Nel 2024 e nel 2025 grandi piogge molto concentrate, come risultato sia del fenomeno del colpo di frusta climatico che di un El Niño (che nel 2024 era ancora molto forte), hanno portato quantità enormi d’acqua nel corso del Nilo Bianco e nel Lago Vittoria e in altri laghi a monte del corso del fiume, in altri Paesi. Quei Paesi si sono visti costretti ad aprire le dighe per non superare la capacità di raccolta dei bacini, inviando così acque a valle che sono arrivate nel Sud Sudan” – ha spiegato a TeleAmbiente il professor Giorgio Vacchiano – “Il Sud Sudan, tra l’altro, ha una topografia completamente pianeggiante, quindi quando il Nilo Bianco esonda gli allagamenti interessano aree vastissime e l’acqua resta lì anche per mesi, con conseguenze importanti. Il 60-80% delle coltivazioni è andato ripetutamente distrutto, in un Paese dove la sicurezza alimentare è molto scarsa e dipende quasi interamente dall’agricoltura locale. Ci sono stati problemi sanitari, perché le acque stagnanti favoriscono la rapida diffusione di epidemie di colera o altre malattie. Naturalmente, c’è anche una difficoltà interna del Paese nella preparazione e nella risposta a questo genere di emergenze“.
“I Paesi poveri sono i più vulnerabili e le persone povere sono le più vulnerabili di fronte alla crisi climatica. A questo si aggiunge una terza vulnerabilità, che è quella energetica: il Sud Sudan ha importanti riserve petrolifere, pur essendo un Paese molto povero, e deve quasi il 90% della sua bilancia commerciale proprio alle esportazioni di petrolio. Ma se le infrastrutture vengono danneggiate dagli eventi estremi, o in un mondo che come speriamo si allontanerà dai combustibili fossili, la vulnerabilità economica del Sud Sudan continuerà ad aumentare, perché quelle entrate verranno meno e, se non si diversificano i settori economici, quegli Stati avranno meno risorse commerciali proprio per far fronte ai fenomeni che li riguardano in misura maggiore” – ha aggiunto il professor Vacchiano – “Ecco perché parliamo di giustizia climatica: non tutti subiamo gli impatti della crisi del clima allo stesso modo. Questo avviene nei Paesi più sviluppati, avviene anche in Italia per le vittime da ondate di calore che questa estate, secondo un rapporto recentissimo, hanno fatto oltre 500 vittime in più rispetto al solito nelle principali città italiane. Vittime che appartengono soprattutto a settori vulnerabili della popolazione: anziani, persone con patologie preesistenti, persone povere che non hanno la possibilità di accedere ad aria condizionata o a sistemi di raffrescamento o che non possono spostarsi nelle aree più fresche“.
“La giustizia climatica riguarda anche gli incendi: negli Stati Uniti la capacità di ricostruire, ad esempio in California, è molto maggiore per le persone ricche e molto minore o inesistente per le persone povere colpite dallo stesso tipo di evento. Ed ovviamente, questo riguarda i Paesi poveri: abbiamo parlato del Sud Sudan come Paese africano, ma ricordiamo anche i piccoli Stati insulari del Pacifico o i Paesi montani dove la crisi climatica accelera con grande velocità” – ha spiegato ancora Giorgio Vacchiano – “Questo significa che chi è responsabile di questi impatti delocalizzati dovrebbe essere responsabile anche di aiutare la loro prevenzione o la ripresa dopo questi eventi estremi. Un nuovo studio, pubblicato di recente su Nature Climate Change, associa le ondate di calore che hanno colpito l’Europa negli ultimi venti anni a singole aziende produttrici di combustibili fossili, comprese quelle italiane. E ci dice chi è stato responsabile, a livello di emissioni, di quelle ondate di calore, oltre al numero di vittime causato“.
“La recente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia tratta la crisi climatica come una questione di giustizia e di responsabilità degli Stati, che anche al di là dei loro accordi internazionali hanno la responsabilità di garantire il diritto a un clima salutare e non pericoloso per i loro cittadini” – ha concluso il professor Vacchiano – “Questi cambiamenti stanno spostando anche gli aspetti legali, legati al diritto e alle cause climatiche che stanno aumentando nei riguardi degli Stati e delle aziende inquinanti. I responsabili esistono, la giustizia climatica redistributiva servirebbe proprio almeno a ripagare i danni che sono già stati creati, o per assistere chi non ce la fa a mettersi al passo sia con la mitigazione che con l’adattamento“.


