Il DL Transizione 5.0 rischia di limitare le regioni e di frenare il processo di transizione energetica verso le rinnovabili. L’assessore De Luca (Umbria): “Rischia di penalizzare famiglie e imprese”.
“Il DL Transizione rischia di penalizzare imprese e famiglie”. È quanto dichiarato dall’assessore all’Ambiente e all’Energia della Regione Umbria, Thomas De Luca, in una lettera indirizzata ai comuni sulle implicazioni del Decreto Legge n.175 del 21 novembre 2025, il cosiddetto DL Transizione 5.0, relativo alle misure urgenti sulla transizione energetica e sulla produzione di energia da fonti rinnovabili.
Il testo atteso era quello di un Decreto Energia che definisse le linee guida per le rinnovabili in Italia, invece è arrivato un provvedimento ibrido – il DL Transizione 5.0 – in cui oltre agli interventi sulla transizione energetica sono state inserite anche le norme sulle aree idonee, previste in origine nel DL Energia.
DL Transizione 5.0, il ruolo delle regioni e la ridefinizione delle aree idonee
Il dispositivo normativo, in vigore dal 22 novembre, ha suscitato perplessità specialmente sui margini di manovra delle regioni – ridotti – e sull’introduzione di vincoli che rischiano di rallentare proprio il passaggio alle energie green che il testo vorrebbe accelerare.
Uno dei punti più controversi del decreto sta all’articolo 2, che ridefinisce quanto previsto dal Decreto Ministeriale del 21 giugno 2024 riguardo alle aree idonee per l’installazione di grandi impianti agrivoltaici ed eolici, eliminando la possibilità delle regioni di stabilire le aree non idonee. Come spiegato da Materia Rinnovabile, l’intervento si è reso necessario dopo le sentenze del TAR del Lazio sul DM, che avevano bloccato l’eccessivo potere lasciato alle regioni nell’individuazione delle aree idonee.
Il decreto legge delinea un nuovo elenco di zone automaticamente considerate idonee: cave, discariche, aree industriali, siti nelle disponibilità di Ferrovie dello Stato e delle società aeroportuali, beni del demanio militare. Oltre a queste, sono comprese anche le zone dove già esistono impianti rinnovabili che potrebbero subire interventi di modifica, a condizione che la superficie dell’area non aumenti oltre il 20%.
Per quanto riguarda gli impianti di produzione di biometano, il decreto aggiunge le aree agricole che distino non più di 500 metri da zone a destinazione industriale, artigianale e commerciale; le aree interne agli stabilimenti e agli impianti industriali sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale, nonché le aree agricole racchiuse entro 500 metri dal medesimo impianto o stabilimento. Infine, le aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri.
Per gli impianti fotovoltaici, invece, vengono aggiunte come aree idonee le zone interne agli stabilimenti e agli impianti industriali, non destinati alla produzione agricola, sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale, nonché le aree agricole racchiuse in un perimetro i cui punti distino non più di 350 metri dal medesimo impianto o stabilimento. Spazio anche alle aree adiacenti alla rete autostradale entro 300 metri e alle aree a destinazione industriale, direzionale, artigianale, commerciale, ovvero destinate alla logistica o all’insediamento di centri di elaborazione dati
“La Regione Umbria – ha dichiarato l’assessore De Luca – consapevole dell’importanza della transizione energetica, esprime preoccupazione per le novità introdotte dal Governo che rischiano di penalizzare imprese e famiglie umbre e sconvolgere le procedure autorizzative in materia di impianti da fonti rinnovabili“.
Anche Alessandra Todde, presidente della Regione Sardegna, si è scagliata contro il provvedimento, definendolo “un atto di forza che calpesta il ruolo delle Regioni e ignora completamente la voce dei territori”.
“Il provvedimento rende inefficaci tutte le leggi regionali sulle aree idonee e non idonee agli impianti rinnovabili e impone che le autorizzazioni si basino esclusivamente sulla normativa statale”, ha aggiunto Todde. “Sarà Roma a stabilire cosa è idoneo, arrivando perfino a considerare idonei i porti per l’eolico offshore. E alle Regioni viene chiesto di adeguare le proprie norme al decreto”.
“Ancora più grave – ha continuato la presidente della Regione Sardegna – è la previsione che consente di installare impianti anche nelle zone di protezione Unesco sotto 1 MW. È un segnale preoccupante: si sacrifica la qualità del territorio per fare spazio a interessi che nulla hanno a che vedere con una vera transizione energetica sostenibile. La nostra Legge 20 ha fatto esattamente il contrario: ha tutelato il paesaggio e l’ambiente, impedendo progetti dannosi”.


