Shopping consapevole o shopping compulsivo? E’ giusto fare una “scorpacciata” di abiti vintage e second-hand?
Torna a Milano l’iniziativa “All you can wear“. Nel corso della giornata di sabato 9 settembre, dalle 10 del mattino alle 19, centinaia di persone hanno affollato viale Espinasse, arrivando addirittura ore prima dell’apertura, davanti alla sede della cooperativa “Di mano in mano”, promotrice dell’iniziativa.
Una coda chilometrica (quasi a ricordarci quelle che vediamo in occasione dell’uscita dell’ultimo modello di Apple o ad inizio saldi) per accaparrarsi al prezzo fisso di 18 euro tutti i vestiti e gli accessori, fino a riempire, senza alcun limite, una borsa fornita all’ingresso. Un “all you can eat” di abiti per intenderci.
Si tratta di “#shopping consapevole all’insegna del riuso. E no ai sensi di colpa! All You Can Wear è infatti la shopping therapy più #sostenibile. Tutto l’allestimento è all’insegna del riuso, con abbigliamento e accessori vintage, second-hand e new old stock”, fanno sapere dalla cooperativa.
Un evento che ha avuto grande risonanza grazie ai social, soprattutto grazie a TikTok.
Ma quanto è effettivamente “sostenibile” un’iniziativa di questo tipo? Vediamolo insieme.
Secondo gli organizzatori lo scorso anno la vendita dei capi ha consentito di evitare l’emissione di 60 tonnellate di gas serra. C’è anche da dire, però, che molti hanno acquistato vestiti firmati ad un prezzo letteralmente stracciato per poi rivenderli su app come Vinted ad un prezzo più alto.
Quindi l’idea, sicuramente mossa dagli organizzatori da un buon intento, potrebbe essere un po’ al limite: spingere ad acquisti compulsivi ed eccessivi non è molto affine al concetto di moda sostenibile.
Il settore della moda è uno tra i più inquinanti al mondo. Secondo uno studio gli acquirenti nelle nazioni più ricche dovrebbero limitarsi a pochi acquisti ogni anno, esattamente 5 capi di abbigliamento ogni anno.
Anche se si tratta di abiti second-hand e vintage, quindi capi non provenienti da brand noti per essere etichettati come promotori del fast fashion, ricordiamoci che c’è sempre da porsi la domanda: questo capo mi serve davvero?


