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Alluvione in Emilia-Romagna, le cause a Report: dal clima alla mancata manutenzione

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Il servizio andato in onda su Rai 3 mostra gli ingenti (e in alcuni casi inimmaginabili) danni. Cosa li ha causati? Tutto quello che non ha funzionato, dalla prevenzione alla fase post-emergenza.

Alluvione in Emilia-Romagna, un servizio di Report indaga sulle cause della tragedia. Il bilancio di quanto accaduto nello scorso maggio, come è noto, è drammatico: 17 morti (anche in maniera indiretta), decine di migliaia di sfollati e danni per diversi miliardi di euro. La causa principale è ovviamente il cambiamento climatico (prima la siccità epocale, poi una quantità di precipitazioni senza precedenti nel giro di due settimane, con il terreno che non era in grado di assorbire l’acqua), ma non è l’unica.

 

Nell’inchiesta di Report si indaga soprattutto sulla gestione del suolo e dei canali. Già dalle prime ore successive alla tragedia, si era parlato dell’eccessiva cementificazione del territorio e della mancata manutenzione di infrastrutture, ed è proprio su questo che si concentra il servizio della trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci. Le frane hanno devastato il territorio emiliano-romagnolo, ma non sono una novità assoluta causata esclusivamente dall’alluvione: cosa è cambiato rispetto a qualche tempo fa?

 

Il clima

Il cambiamento climatico è senza dubbio il primo fattore che ha scatenato una tragedia devastante. Sull’Emilia-Romagna sono stati due i fenomeni estremi: all’inizio di maggio e poi verso la metà del mese. In particolare, nella zona dell’Appennino romagnolo, tra il 16 e il 17 maggio sono caduti fino a 250 millimetri d’acqua. In 62 anni, non si erano mai viste precipitazioni simili.

 

I danni

I danni sono ingentissimi, ammontano a diversi miliardi di euro e riguardano tanto le infrastrutture pubbliche quanto quelle private. Nelle zone più colpite sono state diverse decine le frane, ma in alcuni casi le strade si sono letteralmente aperte. E non solo le strade.
Quelle aree, è risaputo da tempo, sono molto fragili a livello geologico, eppure mai prima dello scorso maggio si erano visti danni simili. Le strade non solo si sono aperte in più punti, ma il terreno sottostante si è letteralmente mescolato: sembra che sotto terra sia scoppiata una bomba o che ci sia stato un terremoto superficiale ma violento.

 

Report ha intervistato anche un residente delle zone alluvionate. La casa di Ivan Mugnai è completamente inagibile dopo la frana di un monte che si trovava nei pressi. Il terreno si è letteralmente spostato, scavando al di sotto della casa, che ora non si trova più allo stesso livello del marciapiede.

La mancata manutenzione

L’inchiesta si è concentrata anche sulle esondazioni di fiumi e torrenti, causate non solo dall’impressionante quantità di acqua caduta in poche ore. Dalle zone più alte, l’acqua ha trascinato con sé anche materiale vegetale (e non solo), ma il problema, come ha spiegato l’urbanista Pietro Cavalcoli, riguarda il sormonto e non la rottura degli argini. Almeno nel 90% dei casi, secondo l’ex dirigente per la pianificazione territoriale del Comune di Bologna.

 

Di chi sono le responsabilità di quanto accaduto? Lo stabilirà la Magistratura, ma intanto si cerca di capire le cause della tragedia. E c’è un nodo-chiave: i sistemi per raccogliere l’acqua in eccesso ed evitare esondazioni. Che, per usare un eufemismo, non hanno funzionato bene. La Regione Emilia-Romagna aveva progettato 23 casse di espansione, finendone però solo 13. Il sistema si basa su enormi invasi costruiti intorno al fiume al cui interno, in caso di esondazione, si fanno confluire le acque.

 

Le responsabilità, comunque, sembrano da dividere tra i vari enti locali. La Regione Emilia-Romagna aveva fatto un decreto d’esproprio per trasformare le cave in casse d’espansione, ma i tempi burocratici non avrebbero consentito di evitare la tragedia, come spiega la vicepresidente Irene Priolo.

 

Il sistema non funziona ugualmente lungo l’intero corso dei fiumi. Ed è proprio questo che non ha impedito il disastro.

 

Un altro problema: la Regione, che dovrebbe occuparsi della manutenzione di fiumi e altri corsi d’acqua, ha scelto di delegare ai singoli Comuni. Non tutte le amministrazioni comunali hanno ottemperato ai loro doveri e questo ha vanificato il tutto, perché i corsi d’acqua sono sistemi costituiti da punti estremamente interdipendenti.

 

Tra i Comuni più colpiti dell’alluvione, come è noto, c’è Faenza (Ravenna). Il sindaco, Massimo Isola, ha spiegato: “Non so cosa succede nei Comuni precedenti al mio. O facciamo un percorso dalla sorgente alla foce del fiume, o il lavoro di ogni singolo Comune sarà inadeguato e insufficiente, perché il fiume non conosce confini amministrativi“.

 

L’inadeguatezza istituzionale

Irene Priolo, intervistata da Report, sottolinea anche l’eccessiva frammentazione delle norme e delle competenze a livello istituzionale. Due esempi: la difesa del suolo compete al Ministero dell’Ambiente, la pianificazione e la programmazione all’Autorità di bacino del Po, che ha uno sguardo più diretto rispetto agli eventuali problemi e soluzioni. Eppure, proprio a quest’ultima, prima dell’alluvione, il governo ha tolto 6 milioni di euro di fondi destinati alle spese di gestione dell’ente e alla progettazione di interventi necessari. Quei fondi potevano essere disponibili già a gennaio per progettare opere di prevenzione in aree particolarmente a rischio idrogeologico, ora arriveranno come contributo per l’emergenza ma saranno disponibili solo dal prossimo luglio.

 

La cementificazione

Report fa anche un excursus storico sul territorio dell’Emilia-Romagna. Sin dai tempi dei romani, territori paludosi estremamente vasti sono stati bonificati, e questo è avvenuto in maniera costante nel tempo. Ma è nel secondo Dopoguerra che arriva una delle cause della tragedia: un’eccessiva urbanizzazione, con forte e costante cementificazione, ma anche tentativi di ottenere il massimo dai terreni agricoli. Il risultato combinato di questi due fattori è semplice: il terreno è diventato sempre più impermeabile (senza contare quanto la situazione sia stata aggravata dalla siccità). La cementificazione, poi, in alcune zone tra le più colpite (Forlì e Ravenna), negli ultimi anni è stata pari a oltre il doppio della media nazionale. A livello regionale, invece, nell’ultimo anno l’Emilia-Romagna è la terza Regione italiana per cementificazione (dati Ispra).

 

L’inadeguatezza istituzionale emerge non solo nella fase di prevenzione, ma anche in quella emergenziale e post-emergenziale. Ed emerge in modo surreale e grottesco. Ai cittadini residenti e ai volontari che hanno tentato di liberare case e strade dal fango, sono arrivate indicazioni estremamente contraddittorie e fuorvianti da parte di Regione, Protezione civile e autorità comunali. L’imbarazzo di Irene Priolo, vicepresidente dell’Emilia-Romagna, rende l’idea molto più di tante parole.

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