Il 23% delle grandi aziende UE ora sostiene obiettivi climatici, contro il 3% del 2019. Ma le lobby di settore frenano, con solo il 12% allineato. I dati del rapporto InfluenceMap.
In controtendenza rispetto alla narrazione dominante, un numero crescente di grandi aziende europee sta facendo pressione per politiche climatiche più ambiziose. È quanto emerge da un nuovo rapporto di InfluenceMap, think tank che monitora l’attività di lobbying delle imprese in ambito climatico. Secondo l’analisi, la quota di aziende “allineate” agli obiettivi climatici globali è salita dal 3% nel 2019 al 23% nel 2025.
Un cambiamento definito “profondo” dagli analisti, che smonta l’idea secondo cui le imprese vedano nella transizione ecologica un ostacolo ai profitti. Al contrario, molte di esse sembrano aver colto l’opportunità di guidare il cambiamento. “Questo studio mostra che esiste una maggioranza silenziosa a favore della decarbonizzazione, che lavora attivamente per sostenere le politiche climatiche”, ha spiegato Venetia Roxburgh, analista di InfluenceMap.
Lo studio ha preso in esame 200 tra le più grandi aziende europee, valutando la coerenza delle loro attività di lobbying – attraverso dichiarazioni pubbliche, documenti ufficiali e posizionamenti sui social – con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Oltre la metà risulta oggi almeno “parzialmente allineata” con il percorso che limita l’aumento della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.
Le associazioni di categoria restano indietro
A restare indietro, invece, sono le associazioni industriali (cioè le associazioni formate dalle aziende di uno o più settori). Mentre la somma delle aziende allineate e quelle “parzialmente allineate” è salita a una percentuale superiore al 50%, quella delle associazioni si ferma al 12%. Nel 2019 erano appena il 2%. La discrepanza, secondo il rapporto, potrebbe derivare dal fatto che le lobby di settore tendono a dare più peso alle voci più ostili alla transizione, oppure dal fatto che alcune aziende usano proprio queste associazioni per veicolare richieste meno presentabili in pubblico.
“Le associazioni industriali in Europa stanno combattendo una battaglia persa contro la marea crescente di aziende favorevoli a politiche climatiche ambiziose”, ha dichiarato Roxburgh. “Se vogliono davvero rappresentare i propri membri, devono rivedere urgentemente le proprie priorità”.

Le peggiori in classifica
Il rapporto mette anche in evidenza i casi peggiori in termini di lobbying contro le politiche climatiche. Tra le aziende che hanno ottenuto i punteggi più bassi: la polacca PGE, l’austriaca OMV, la spagnola Repsol, il gestore spagnolo delle infrastrutture Enagás e la tedesca Lufthansa.
Enagás è stata criticata per aver sostenuto il ruolo a lungo termine del gas fossile e per aver tentato di indebolire le misure di controllo delle perdite di metano. L’azienda ha replicato che punta alla neutralità climatica entro il 2040 (escludendo però le emissioni dei propri clienti) e ha ricordato di aver ricevuto il punteggio massimo dall’Osservatorio Internazionale sulle Emissioni di Metano.
Lufthansa è stata accusata di ostacolare l’obbligo europeo sull’uso di carburanti sostenibili per l’aviazione e l’inclusione completa del settore nel sistema europeo di scambio di emissioni. La compagnia ha risposto di non opporsi alle misure, ma di chiedere un’attuazione “neutrale rispetto alla concorrenza”.
Una svolta politica incerta
Il quadro descritto da InfluenceMap si scontra con l’attuale indirizzo politico dell’Unione Europea. Dopo le elezioni del 2024, segnate da un forte avanzamento della destra e un arretramento dei Verdi, la Commissione ha posto la “competitività” al centro della sua agenda, accantonando – almeno in parte – il Green Deal.
Molte organizzazioni ambientaliste temono che il nuovo approccio, in nome della semplificazione burocratica, rischi di trasformarsi in una deregulation dannosa per il clima. Ma il crescente attivismo delle aziende può rappresentare un argine. Non più come freno, ma come motore della transizione.


