L’epoca d’oro dei bonus edilizi sembrava chiusa da tempo, ma le detrazioni fiscali potrebbero essere stabilizzate al 50% nell’imminente legge di bilancio. Anche il governo si è reso conto della necessità di incentivare gli interventi di efficientamento energetico, ma anche di favorire la produzione di energia termica da fonti rinnovabili.
Dal tanto vituperato Superbonus 110% ad un’aliquota fissa al 50% per tutti i bonus edilizi di efficientamento energetico nel 2026? Un’ipotesi, abbastanza clamorosa, si profila all’orizzonte ora che entra nel vivo la discussione parlamentare in vista della nuova legge di bilancio. Non è di certo una novità che la spesa complessiva per il Superbonus (oltre 127 miliardi di euro complessivi dal 2020 al 31 agosto 2025, secondo i dati ENEA) sia stata fortemente stigmatizzata dall’attuale Esecutivo e non solo, con il governo Conte II accusato di aver provocato uno sperpero e di aver danneggiato le casse dello Stato (anche se poi, la misura è stata estesa anche durante il governo Draghi, con il consenso praticamente unanime delle forze politiche presenti in Parlamento nella scorsa legislatura). Ora, però, si potrebbe aprire una nuova, fortunata stagione per tutti i bonus edilizi.
Come spiega Stefania Divertito per Renewable Matter, le detrazioni fiscali per i bonus di efficientamento energetico potrebbero subire variazioni al rialzo rispetto a quanto stabilito dalla legge di bilancio 2025. Un anno fa, era stato previsto che le detrazioni dovessero scendere (per le prime case) dal 50% al 36% nel 2026, e fino al 30% nel biennio 2026-2027 (per le seconde case). Vannia Gava, viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, vorrebbe però rinforzare le misure attualmente esistenti, evitando l’abbassamento percentuale previsto per le detrazioni. Al suo fianco, potrebbe esserci un alleato preziosissimo: il collega di partito, e ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti.
Il governo potrebbe infatti mantenere, almeno per le prime case, l’aliquota al 50% anche nel 2026, nel tentativo di sostenere il settore edilizio che nei vari bonus, a cominciare proprio dal Superbonus, ha trovato una spinta senza precedenti, con benefici per tutto il Pil italiano degli scorsi anni (e in particolare nel periodo pandemico). In alternativa, si potrebbero rateizzare più velocemente le detrazioni fiscali (con una finestra temporale ridotta da dieci a cinque anni), alleggerendo l’onere immediato sulle casse dello Stato ma garantendo al tempo stesso gli incentivi. Al momento, appare difficile immaginare una concordia totale sul tema all’interno del governo. L’avversione nei confronti del Superbonus, al di là dei motivi politici e ideologici, può comunque essere spiegata con alcuni effetti negativi della misura: aumento dei costi di materiali e dei cantieri, costituzione massiva di imprese improvvisate, truffe e un peso fiscale difficilmente sostenibile per un Paese già storicamente attanagliato dal debito pubblico.
Anche la Commissione Ambiente della Camera dei deputati, nello scorso marzo, ha segnalato che il contributo del Superbonus alla decarbonizzazione e all’efficientamento energetico non è stato ciò che si aspettava alla luce delle ingentissime risorse pubbliche investite. Da un lato, il costo stimato per la riduzione della CO2 è stato dieci volte superiore alla media. Dall’altro, le abitazioni meno efficienti dal punto di vista energetico (classi F e G) hanno visto migliorare la propria classe: il 60% degli interventi svolti ha riguardato proprio gli edifici più energivori, e molti immobili sono passati nelle prime tre classi energetiche. Resta però un ‘sommerso’ che non ha avuto benefici: almeno 12 milioni di edifici che hanno urgente bisogno di riqualificazione energetica, con più della metà delle case degli italiani che rientra ancora nelle classi peggiori. Quel 55% in classe F e G contribuisce per il 44% al totale dei consumi energetici nazionali, con impatti facilmente immaginabili sul fronte dei costi e dell’impatto climatico.
Il drastico abbassamento dell’aliquota prevista per il Superbonus, dal 110% delle origini, ha già prodotto altri effetti. Principalmente, una forte riduzione degli investimenti nel recupero abitativo e nell’efficienza energetica e il ritorno al segno negativo nel 2025 per il mercato delle costruzioni. Per questo, potrebbe arrivare presto una nuova consapevolezza all’interno del governo: quella di dover mantenere determinati incentivi, ma con interventi mirati che considerino in primis il risparmio energetico effettivo e la poverà energetica dei beneficiari. Servirebbe quindi una semplificazione normativa ed esecutiva, con imprese edilizie più trasparenti e affidabili ma impegnate soprattutto nell’edilizia popolare e nei casi di abitazioni fortemente energivore.
Un’altra criticità dei vari bonus edilizi che si sono susseguiti negli ultimi cinque anni è la loro frammentazione. Troppi bonus, talvolta simili ma sempre con aliquote diverse e in continua evoluzione, rischiano di sovrapporsi, senza portare a risultati in modo efficiente, e con il rischio di mancare l’obiettivo europeo di ridurre i consumi finali di energia a 93 Mtep entro il 2030. La consapevolezza di dover migliorare l’efficienza energetica dell’edilizia popolare arriva anche dall’investimento 17 della Missione RePowerEU del Pnrr, che prevede oltre 1,38 miliardi di euro per sostenere la ristrutturazione delle case dei cittadini a più basso reddito e vulnerabili. Un piano previsto dalla scorsa legge di bilancio, basato su sovvenzioni e prestiti agevolati, partnership pubblico-privato, gestione da parte delle Energy Service Company (ESCo). Questa misura prevede un 65% di contributi a fondo perduto e un 35% di prestiti agevolati.
Sembrano in arrivo, però, anche altre misure, decisamente interessanti. Anche se l’importo previsto sarà più basso, un decreto del MASE (approvato il 7 agosto e pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 26 settembre) prevede il Conto Termico 3.0. Questa nuova versione aggiorna i meccanismi di incentivi per interventi di minore entità volti ad aumentare l’efficienza energetica e a favorire la produzione di energia termica da fonti rinnovabili. Rispetto alla precedente versione del Conto Termico, l’accesso agli incentivi sarà più semplice, a vantaggio soprattutto delle piccole imprese e degli Enti che possiedono alcuni edifici pubblici. Molta attenzione merita anche il futuro decreto ministeriale sul FER-T, meccanismo di incentivi alla produzione di energia termica da fonti rinnovabili di grandi dimensioni. La bozza è attesa per la fine di novembre ed è previsto che la misura possa favorire la realizzazione di impianti di teleriscaldamento, di pompe di calore industriali e di altri sistemi di produzione termica rinnovabile su larga scala.
Questa possibile svolta risponde ad un progetto ben preciso, legato alle politiche europee: il Piano sociale per il clima, con il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto, che nel Cdm del 4 agosto scorso, in un’informativa, ha illustrato quattro misure, due per l’edilizia e due per la mobilità. Con un budget complessivo di circa 9,3 miliardi di euro (fondi che arrivano dal meccanismo europeo di compensazione sociale legato alle politiche climatiche, a cominciare dall’ETS), si punta a sostenere le fasce più deboli della popolazione nel percorso della transizione energetica. Finora, però, siamo nel campo delle ipotesi. L’unica certezza è che la prossima legge di bilancio sarà determinante per il futuro non solo dei bonus edilizi in Italia, ma anche per tutto ciò che si collega ad essi: la salute di un settore economico come quello edilizio, l’efficienza energetica, la decarbonizzazione e la fragilità delle casse dello Stato. L’ipotesi delle detrazioni al 50% potrebbero rappresentare un punto di equilibrio, ma molto, se non quasi tutto, dipenderà da una svolta qualitativa più che quantitativa: servono strumenti più semplici e mirati al risultato energetico effettivo, maggiore coordinazione di tutto il sistema e soprattutto un’attenzione maggiore alle disparità socio-economiche.


