Sindacati, Cgil Perugia lancia prospettive e proposte per il 2026

Sindacati, Cgil Perugia lancia prospettive e proposte per il 2026

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La Camera del Lavoro di Perugia ha relazionato sulle principali criticità del territorio: su tutte l’invecchiamento della popolazione, senza un ricambio generazionale. Tra le proposte: un patto per il governo pubblico dello sviluppo e per la qualità del lavoro

La Cgil Perugia nel corso di una conferenza stampa ha fatto il punto sulla situazione socio economica nel territorio della provincia di Perugia ed ha illustrato le proposte dell’organizzazione sindacale per far fronte alle principali criticità.

La crisi che attraversa la provincia di Perugia è strutturale e non può essere compresa senza partire dai dati demografici. Dal 2014 al 2025 la popolazione è diminuita del 3,8%.

All’incontro, che si è tenuto alla Camera del lavoro di Perugia, oltre ai membri della segreteria provinciale, è intervenuto il segretario generale Simone Pampanelli

“Nella nostra provinciaha riferito Simone Pampanelli abbiamo una crisi strutturale demografica che vede sempre meno giovani e sempre più anziani, questo significa perdere potenzialità e mettere a rischio tutto il sistema sociale del territorio”.

“Noi chiediamo alla politica ed alle istituzioni un patto per un governo pubblico dello sviluppo e per la qualità del lavoro ha sottolineato Pampanelli cioè, pensiamo che non basti il mercato a regolare le scelte che si fanno, ma che ci voglia una forte visione e coraggio per creare un governo pubblico sullo sviluppo”.

“È necessario ha aggiuntodare risorse mirate con una logica ed una politica industriale ed avere sempre più l’intelligenza per alzare la qualità e la dignità del lavoro, partendo dai salari e dalla stabilità dell’occupazione stessa”.

Ancora più preoccupante è la trasformazione demografica per età: solo l’11,4% (-2%) della popolazione ha meno di 15 anni, mentre gli over 65 sono il 26,8% (+3,1%) e gli over 80 il 9,1% (+1,3%).

“Un territorio che si invecchia ha evidenziato in conclusione Simone Pampanelliun tessuto economico rarefatto perché c’è una percentuale molto alta di piccolissime micro aziende, e questo porta a dei salari ancora più bassi della media nazionale, ma soprattutto porta ad una frammentazione che non è capace di dare risposte”.

Il tasso di natalità è crollato a 5,7 per mille (9,1 per mille nel 2014), mentre la mortalità è salita a 11,9 per mille. Il saldo naturale è fortemente negativo e segnala una progressiva erosione della popolazione attiva futura, con effetti diretti sulla crescita economica, sulla sostenibilità del welfare e sulla capacità del territorio di attrarre investimenti. Anche la riduzione della popolazione straniera (-3,8%) priva il sistema locale di una componente che negli anni passati aveva contribuito a sostenere interi settori produttivi e dei servizi.

La Cgil Perugia nel corso della conferenza ha proposto un report con cui ha descritto alcune caratteristiche del territorio

La provincia di Perugia perde popolazione, si impoverisce e invecchia con una fragilità sociale diffusa: il 36,4% delle famiglie è unipersonale, oltre 112mila persone vivono sole, 33.500 percepiscono l’indennità di accompagnamento. È il segno di una società che invecchia, si frantuma e diventa sempre più dipendente dai servizi pubblici, proprio mentre questi vengono messi sotto pressione e spesso in discussione.

Redditi bassi, lavoro povero e occupazione fragile

Il quadro dei redditi conferma una provincia segnata da povertà diffusa e disuguaglianze strutturali. Il 68,8% dei contribuenti dichiara meno di 26mila euro annui; oltre un quarto non arriva a 10mila euro e solo l’1,8% supera i 75mila euro.
Il reddito medio da lavoro dipendente, pari a 20.331 euro lordi annui, non è sufficiente a garantire una vita dignitosa.
Questi dati sono lo specchio di un modello economico fondato su lavoro povero, precarietà e frammentazione produttiva.

La provincia di Perugia è caratterizzata da una struttura imprenditoriale polverizzata: oltre il 78% degli addetti lavora in micro e piccole imprese.
Solo una quota ridotta è occupata in medie e grandi imprese, in grado di garantire maggiore stabilità e salari più alti.
La contraddizione è evidente nei dati della Banca d’Italia: l’occupazione cresce del +1,9%, ma il Pil aumenta solo dello +0,6%.

Si lavora di più quindi, ma si produce poca ricchezza.

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