Da un lato il Nutriscore, dall’altro il Nutrinform Battery: una vera e propria guerra economica e politica, quando dovrebbe trattarsi di salute pubblica.
Etichette alimentari, l’inchiesta di Report: la trasmissione di Rai 3 ha ricostruito cosa sta accadendo a livello politico ed economico in tutto il mondo, con una vera e propria guerra tra nazioni e tra i produttori. Nel servizio di Lucina Paternesi e Giulia Sabella, viene intervistato anche Serge Hercberg, nutrizionista e docente della Sorbona di Parigi. Ma soprattutto, inventore del Nutriscore, il controverso sistema di etichettatura dei cibi basato su algoritmi e sulle proprietà dei singoli alimenti. Un sistema che penalizza i cibi che contengono zuccheri, sale o acidi grassi saturi.
Il Nutriscore
Il Nutriscore si basa anche su studi scientifici validati dalle agenzie sanitarie francesi e, secondo i criteri di valutazione, la lettera A ed il verde scuro, cioè i punteggi migliori, vengono assegnati a pasta, legumi e pane. Si passa al giallo invece per le mozzarelle, alcuni biscotti e alcuni succhi di frutta. Bollino arancione, invece, per la maggior parte dei salumi, formaggi e merendine.
Ad adottare il Nutriscore sono stati diversi Paesi al mondo, tra cui Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Svizzera, Messico e Australia.
La rabbia dei produttori
Il sistema delle etichette alimentari dovrebbe guidare il consumatore a fare scelte consapevoli, basate in primis sugli effetti che i cibi hanno sulla salute. In Italia, c’è una forte avversione verso il Nutriscore e c’è stato anche un caso Carrefour: la catena di supermercati francese aveva introdotto quel sistema di etichettatura e Confagricoltura aveva fatto ricorso all’Antitrust. Alla fine, dopo un’istruttoria, Carrefour aveva deciso di non applicare il Nutriscore su tutti i prodotti italiani (D.O.P., I.G.P. e altri alimenti della tradizione anche se prodotti all’estero).
La guerra al Nutriscore
In Europa, sono tanti i Paesi contrari al Nutriscore e l’Italia appare in prima fila. La politica, così come le associazioni come Coldiretti, ha dichiarato da tempo la guerra al Nutriscore, accusato di non informare, ma di condizionare, i consumatori in base ad algoritmi che potrebbero essere modificati dai produttori senza alterare particolarmente i valori nutrizionali degli alimenti. Un esempio: l’olio extravergine d’oliva viene considerato pari a quelli raffinati come quello di colza o di girasole.
L’algoritmo
Ma chi gestisce e aggiorna l’algoritmo alla base del Nutriscore? Si tratta di comitati scientifici che raccolgono esperti provenienti dai Paesi che hanno aderito al Nutriscore e che cercano periodicamente di introdurre dei ‘correttivi’. Il caso dell’olio d’oliva è emblematico: le sue proprietà benefiche sono note a tutti, e per questo è passato da D a C (e a breve passerà a B).
Il Nutrinform
L’Italia, che ha dichiarato guerra aperta al Nutriscore, ha deciso invece di adottare un altro sistema di etichette alimentari. Si chiama Nutrinform Battery e, pur essendo più specifico e dettagliato, appare decisamente più complicato da capire per il consumatore. Il Nutrinform mostra la quantità di composti organici (grassi, proteine, grassi saturi, zuccheri, sale) per una singola porzione o per 100 grammi di prodotto, oltre alla percentuale sul fabbisogno energetico giornaliero di un adulto (non tenendo minimamente conto di quello dei bambini). Il sistema grafico a batteria, però, rischia di essere fuorviante: i cibi migliori e più salutari, infatti, sono quelli che hanno percentuali più basse. E questo rischia di confondere i consumatori.
Guerra tra etichette
Oltre alle possibili indicazioni fuorvianti, Report fa emergere anche un enorme divario tra gli studi scientifici che supportano il Nutriscore e il Nutrinform. Il primo è validato da oltre 100 studi internazionali effettuati negli ultimi 20 anni da scienziati di università pubbliche, il secondo da tre studi italiani che valutano la percezione soggettiva del consumatore. Due dei quali finanziati da Federalimentare, appartenente a Confindustria, socia della Luiss a cui sono stati affidati gli studi. Firmati da un docente di marketing, il professor Marco Francesco Mazzù. Gli studi, infatti, erano incentrati più sul comportamento del consumatore che sugli effettivi valori nutrizionali dei prodotti.
A difendere ostinatamente il Nutrinform c’è Emanuele Marconi, direttore del Consiglio per la ricerca in agricoltura (Crea): “Il Nutrinform non deve essere validato da nessuno, si basa già su ciò che è regolato dalla normativa europea. Ed è molto più dettagliato e informativo del Nutriscore“.
Le aziende che hanno scelto il Nutrinform
In Italia, alcune aziende hanno già aderito volontariamente al sistema Nutrinform Battery: tra le altre, Barilla (in alcuni prodotti Mulino Bianco) e Ferrero.
Una cosa è certa: in questo caso, la guerra non è tanto tra due sistemi di etichette alimentari, ma appare decisamente più uno scontro tra salute pubblica e difesa delle produzioni nazionali.


