Dopo uno stop durato 50 anni a causa dell’adesione alla International Whaling Commission (IWC), il Giappone è tornato a vendere carne di balena.
Non bastavano bistecche, cotolette e polpette di maiali, manzi e polli nati, cresciuti e morti negli allevamenti intensivi. Giovedì 12 dicembre 2024, dopo uno stop durato 50 anni a causa dell’adesione alla International Whaling Commission (IWC), il Giappone è tornato a vendere carne di balena. A ospitare 1,4 tonnellate del pregiato alimento ricavato dai cetacei catturati al largo di Hokkaido, a Nord del Paese, sono stati il mercato di Sapporo e il porto di Shimonoseki. Proprio qui la carne di balenottera comune (Balaenoptera physalus) estratta dalla coda, soprannominata “onomi” e considerata una prelibatezza è stata venduta al costo di 1.312 dollari (cioè 1.247,65 euro) al chilo. “Più grande è l’animale, migliore è il sapore“, ha affermato il funzionario della città, Ryo Minezoe.
Era il 1976 quando il Giappone aderì alla International Whaling Commission (IWC) per tutelare i giganti del pianeta Blu. Una sottoscrizione, però, come dimostrato dallo stesso Paese Nipponico nel corso del tempo, di facciata. Sì, perché la mattanza delle balene, giustificata come “ricerca scientifica”, era continuata senza sosta. E così, nel 2019, il Giappone aveva gettato la maschera, attraverso l’uscita dalla International Whaling Commission (IWC). Tradotto: la caccia alla balenottera minore (Balaenoptera acutorostrata), alla balenottera di Eden (Balaenoptera edeni), alla balenottera boreale (Balaenoptera borealis) e alla balenottera comune (Balaenoptera physalus) poteva riprendere.
Eppure, secondo il Professore di Antropologia del National Museum of Ethnology di Osaka, Nobuhiro Kishigami, oggi più che mai la carne dei mammiferi marini non sarebbe apprezzata come in passato a causa dei costi proibitivi.
Fresh fin whale meat is auctioned for the first time in decades in Japan https://t.co/eD89mlqwEn
— The Associated Press (@AP) December 12, 2024
Non solo Giappone, ok dell’Islanda alla caccia alle balene
L’Islanda ha autorizzato la caccia alle balene fino al 2029. A deciderlo è stato il Primo Ministro, Bjarni Benediktsson, dopo la sconfitta alle elezioni parlamentari. Secondo il provvedimento, ogni anno, da giugno a settembre, i bracconieri potranno uccidere fino a 209 balenottere comuni (Balaenoptera physalus) e fino a 217 balenottere minori (Balaenoptera acutorostrata). “Non si tratta di una decisione politica, ma di una licenza commerciale“, ha sottolineato il Capo del Governo.
BREAKING NEWS: ICELAND ISSUES LOFTSSON A 5-YEAR WHALING LICENSE
In a shocking abuse of power, acting Minister for Food, Agriculture, and Fisheries, Bjarni Benediktsson, has granted whaling permits for the next five years in the final moments of his interim government.… pic.twitter.com/57PG7DRC7T
— Captain Paul Watson Foundation ☠️ (@CaptPaulWatson) December 5, 2024
Eppure, secondo alcuni osservatori, l’adozione del documento potrebbe rappresentare un abuso di potere. Il motivo? Dopo essere stato sconfitto ai seggi in favore della leader dell’Alleanza Socialdemocratica, Kristrún Mjöll Frostadóttir, il volto del Partito dell’Indipendenza, Bjarni Benediktsson, non avrebbe avuto l’autorità per prorogare la caccia alle balene. Proprio per questo gli animalisti già sul piede di guerra hanno chiesto l’intervento della Presidente dell’Islanda, Halla Tómasdóttir.
Iceland has issued whaling permits for the next five years to Hvalur hf. for fin whales And Tjaldtangi ehf. for minke whales.
Let’s make sure they feel the full weight of our disgust at this abhorrent decision. @MFAIceland @PresidentISL
STOP THE HUNT‼️ pic.twitter.com/ML5o8x7gS9
— Blue Planet Society (@Seasaver) December 5, 2024
Fino a oggi, tre i Paesi che hanno autorizzato la caccia alle balene: Giappone, Norvegia e, appunto, Islanda. Qui, a giugno 2023, lo Stato aveva sospeso la strage di innocenti dopo un’indagine sulla tradizione anacronistica, barbara e crudele. Uno stop durato, però, appena due mesi. Da giugno a settembre 2024, la mattanza era ripresa, invece, con lo sterminio di 128 giganti del pianeta Blu.
Un tema che, oggi più che mai, potrebbe essere discusso alla COP16, cioè alla Conferenza delle Parti sulla Convenzione delle Nazioni Unite per la Biodiversità, in programma a Roma, nella sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), dal 25 al 27 febbraio 2025. Obiettivo della riapertura dei lavori è, secondo il ministro dell’Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile della Colombia e Presidente della COP16, cioè della Conferenza delle Parti sulla Convenzione delle Nazioni Unite per la Biodiversità, Susana Muhamad, il raggiungimento della pace con Madre Terra.


