Quanto si parla crisi climatica sui media italiani? Troppo poco e si dà molto spazio al greenwashing. Luca Iacoboni e Nicola Moscheni commentano il nuovo studio di Greenpeace.
Meno attenzione per crisi climatica, ma sui giornali raddoppiano pubblicità di aziende inquinanti. È quanto emerge dal nuovo rapporto che Greenpeace Italia ha commissionato all’Osservatorio di Pavia, istituto di ricerca specializzato nell’analisi della comunicazione.
Mentre sulla stampa e in televisione la crisi climatica continua ad avere scarsa visibilità, sui principali quotidiani italiani aumentano le pubblicità delle aziende maggiormente responsabili del riscaldamento globale, a conferma della pericolosa influenza dell’industria dei combustibili fossili sul mondo dell’informazione.

A parlarci della comunicazione ambientale oggi Luca Iacoboni di ECCO, il think tank italiano per il clima, e Nicola Moscheni di Green Influencer Club, che abbiamo incontrato in occasione del webtalk “Manuale di sopravvivenza per l’umanità”.
“Non è semplice parlare di clima e di ambiente oggi sui media. C’è un fenomeno, quello del greenwashing, che prima non esisteva, ovvero parlare di verde e agire su tutt’altro se sei un’azienda, o prendere provvedimenti, se sei una classe politica, completamente diverso da questo colore verde. – spiega a TeleAmbiente Luca Iacoboni – Il lavoro dei media è sempre più difficile, ma c’è tantissimo margine di miglioramento. Ci sono tanti esempi, anche se più all’estero, di media che non sono di settore, ma che pian piano stanno diventando popolari e si stanno staccando da pubblicità e finanziamenti legati a settori inquinanti, un tema chiave per continuare ad avere un’informazione libera e scientifica“.
“In questo rapporto di Greenpeace si dimostra che la quantità di pezzi e servizi dedicati all’ambiente ha un buon numero, ma il problema è il contenuto ancora troppo superficiale. – ci spiega Nicola Moscheni – Non si parla delle cause se non quando si parla di eventi catastrofici, non si parla di effetti se non di quelli ambientali, dimenticandosi di quelli economici, sociali e sanitari soprattutto. Si sta quindi impoverendo la comunicazione ambientale nei media classici, mentre nei social la conversazione non ha ancora una potenza tale da coinvolgere grandi communities. Il punto è provare a dare spazio a nuove persone all’interno dei media classici, che possano dare nuovi punti di vista e arricchire la conversazione sulla crisi climatica e possibili soluzioni. Dall’altra parte bisogna aumentare anche la presenza di divulgatori ed esperti che abbiano una cifra comunicativa adatta a quella dei social“.


