Microplastiche, uno studio globale rivela quante ne mangiamo e respiriamo

Microplastiche, uno studio globale rivela quante ne mangiamo e respiriamo

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Quante microplastiche mangiamo e inaliamo? Uno studio globale ha analizzato i dati di 109 Paesi per capire quante ne assorbiamo dalla dieta e dall’aria.

Sono bastati pochi decenni per far sì che la plastica diventasse un materiale quasi insostituibile, con gravi conseguenze per l’ambiente. Se dal punto di vista economico e pratico la plastica ha rappresentato una svolta in molti aspetti quotidiani (ad es. la conservazione del cibo), per quanto riguarda l’ambiente le conseguenze sono state tutt’altro che positive. I rifiuti di macro e microplastica sono infatti tra gli inquinanti ambientali emergenti più diffusi sul pianeta. Questi frammenti non contaminano solo il suolo ma anche l’acqua, il terreno e le specie animali parte della catena alimentare. La conseguenza è che anche per l’essere umano, la plastica implica degli effetti negativi, a partire dalla loro ingestione e inalazione.

Molti studi hanno rilevato la presenza di microplastiche nei cibi, soprattutto in quelli proteici, ma anche nel sale da cucina, nei frutti di mare e nelle bevande. L’ingestione di frammenti può avvenire non solo perché è il cibo a contenerli, ma anche perché gli alimenti entrano in contatto con contenitori e imballaggi in plastica.

Uno studio in 109 Paesi rivela quante microplastiche mangiamo e respiriamo

I ricercatori della Cornell University di New York hanno analizzato l’assunzione di microplastiche in 109 Paesi del mondo (Italia esclusa). Lo studio, pubblicato su Environmental Science & Technology, si basa su modelli di dati esistenti che stimano la quantità di microplastica che gli esseri umani mangiano e inalano involontariamente.

Per fornire una stima più completa possibile, la ricerca ha tenuto conto delle abitudini alimentari di ogni Paese, delle tecnologie di trasformazione dei cibi, dell’età demografica e della qualità dell’aria. Al contempo il team di ricercatori ha rilevato i valori medi di microplastiche in frutta, verdura, proteine, legumi, derivati del latte, bevande, zuccheri, sale e spezie e valutato in che proporzione ogni categoria veniva consumata nel singolo Stato.

Le abitudini alimentari infatti, cambiano in base alle zone. Il consumo di sale negli Stati Uniti e in Indonesia è lo stesso, ma è il sale a cambiare: quello indonesiano ha una concentrazione di microplastiche circa 100 volte superiore.

Ingestione e inalazione di microplastiche, i risultati dello studio

Dallo studio della Cornell University, è emerso che i Paesi del Sud-asiatico sono i peggiori in termini di ingestione di microplastiche, mentre la maglia nera per l’inalazione dei frammenti ce l’hanno Cina, Mongolia e Stati Uniti. Secondo la ricerca, gli indonesiani ingeriscono circa 15 grammi di microplastica al mese – più di ogni altro Paese – e le fonti principali sono acquatiche, come i frutti di mare. Meglio negli Stati Uniti e in Paraguay (il dato più basso), dove si mangiano rispettivamente 2,4 grammi e 0,85 grammi al mese.

Si tratta di un aumento di 59 volte del consumo giornaliero di microplastica dal 1990 al 2018, l’intervallo di date utilizzato per i modelli.

Per capire quante particelle di plastica vengono inalate nei 109 Paesi dello studio invece, gli scienziati hanno utilizzato i dati sulla concentrazione di microplastiche nell’aria. In cima alla lista si trovano Cina e Mongolia, dove si respirano più di 2,8 milioni di particelle al mese. Negli Stati Uniti, il dato scende a 300.000 particelle al mese. Meglio nel Mediterraneo e in Paesi vicini, con Paesi come Spagna, Portogallo e Ungheria che respirano da 60.000 a 240.000 particelle al mese.

Tra i fattori che hanno contribuito a questo aumento esponenziale dell’assunzione di microplastiche negli ultimi 28 anni ci sono l’aumento del consumo della plastica e la sua conseguente dispersione nell’ambiente, che finisce per causare enormi danni agli ecosistemi. Per quanto riguarda gli oceani, tra gli esempi più eclatanti dell’inquinamento da plastica, ci sono le famose isole di plastica sparse negli Oceani del mondo.

“L’industrializzazione nelle economie in via di sviluppo, in particolare nell’Asia orientale e meridionale, ha portato ad un aumento del consumo di materiali plastici, della produzione di rifiuti e dell’assorbimento di microplastica da parte dell’uomo. Al contrario, i paesi industrializzati stanno sperimentando una tendenza inversa, sostenuta da maggiori risorse economiche per ridurre e rimuovere i detriti di plastica liberi”, ha affermato Fengqi You, docente presso il Cornell Atkinson Center for Sustainability.

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