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Mutilazioni genitali femminili, 230 milioni di donne nel mondo le hanno subite

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La pratica non è prevista da alcuna religione e non ha alcuna validità igienico-sanitaria.

Sono 230 milioni le donne che in diverse aree del mondo sono sopravvissute alle mutilazioni genitali femminili. Il dato, in aumento del 15% rispetto al 2016, è stato diffuso dall’Onu.

La pratica è diffusa almeno in 30 Paesi del mondo, soprattutto nel continente africano dove si calcola siano 144 milioni le donne che l’hanno subita, segue l’Asia con 80 milioni di casi e il Medio Oriente che conta 6 milioni di donne mutilate.

La mutilazione può essere totale, come nel caso dell’infibulazione che comprende clitoridectomia e raschiamento delle grandi labbra, che poi vengono incollate insieme in modo da chiudere l’accesso alla vagina. In altri casi vengono tolte clitoride e piccole labbra o viene tolta soltanto la clitoride.

Non di rado la pratica causa emorragie post operatorie, infezioni e in alcuni casi decesso. Molteplici sono le conseguenze psicologiche per le donne sottoposte ad amputazione dei genitali.

La pratica, che non è prevista da alcuna religione e non ha alcuna validità igienico-sanitaria, viene compiuta sulle bambine e sulle giovani donne, secondo le stime di Amnesty International, nel mondo, il 37% delle ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni ne è già stata vittima.

Ma le mutilazioni avvengono anche in Occidente, spesso le famiglie provenienti da Paesi in cui la pratica è diffusa, sottopongono le figlie femmine alla mutilazione di nascosto. Nel nostro Paese si stima che tra il 15% e il 24% delle bambine, provenienti da famiglie migranti, corra il rischio di essere mutilate.

In Italia dal 2006 le mutilazioni costituiscono un reato punibile con 12 anni di carcere anche se praticate all’estero, la norma condanna anche i genitori che acconsentono alla mutilazione delle bambine durante le visite nel Paese di origine.

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