Inquinamento da PFAS, in Veneto la sperimentazione con il biochar nel terreno per limitare la presenza degli inquinanti nelle piante.
I PFAS sono riusciti a contaminare praticamente tutto nella zona rossa in Veneto. In un’area in cui risiedono circa 350.000 abitanti, l’inquinamento da sostanze per-e polifluoroalchiliche ha stravolto l’ambiente e la vita di chi ci abita.
Negli anni, queste sostanze chimiche hanno contaminato tutto: la terra, l’acqua, l’aria, il sangue. La scoperta dell’inquinamento risale al 2013 e la causa principale è attribuita alla dispersione di queste sostanze dall’ex stabilimento Miteni di Trissino. Per l’attribuzione delle responsabilità è in corso un processo che vede imputati 15 ex manager dell’azienda.
Decenni di inquinamento delle falde acquifere hanno portato alla presenza dei cosiddetti “inquinanti eterni” anche nell’organismo umano, con gravi conseguenze per la salute, oltre che per l’ambiente. I PFAS, infatti, sono interferenti endocrini correlati al rischio di alcune forme di cancro femminile (utero, ovaie, seno), tumore ai testicoli, ai reni, danni alla fertilità e possibile aumento del colesterolo. Alcune sostanze di questo gruppo chimico, sono state classificate dallo IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, come “cancerogene” (PFOA) e “potenzialmente cancerogene” (PFOS).
Secondo una ricerca dell’Università di Padova condotta dal prof. Annibale Biggeri, in Veneto si è registrato un eccesso di oltre 3.800 morti rispetto ai dati attesi negli ultimi 34 anni. Un valore associato proprio all’inquinamento da PFAS.
Si può entrare in contatto con queste sostanze attraverso gli imballaggi alimentari, padelle in teflon, abbigliamento impermeabile, detergenti per la casa e alimenti. Attraverso la contaminazione del terreno, frutta e verdura assorbono gli inquinanti eterni, che a loro volta verranno assimilati dal nostro organismo. Un report ne ha rilevato la presenza in frutta e verdura venduta in Europa, tra cui fragole, pesche, indivia, cetrioli, albicocche.
Combattere l’inquinamento da PFAS con il carbone, la ricerca dell’Università di Padova
Un quadro preoccupante che è emerso nel corso degli anni e che ha spinto associazioni ambientaliste o costituite dai residenti della zona, come il gruppo Mamme NO PFAS, a chiedere azioni da parte del governo e la messa al bando dell’intera classe di sostanze.
Tra le Mamme NO PFAS c’è anche Elisabetta Donadello, che vive a Vicenza con la sua famiglia, circondata da alberi e dall’orto. Dopo aver scoperto che il terreno era contaminato dalle pericolose sostanze chimiche, l’attivista ha smesso di nutrirsi dei frutti del suo orto, realizzato anni prima dalla sua famiglia. Dall’analisi dell’acqua del suo pozzo usata per irrigare i campi sono emersi risultati allarmanti. La somma dei PFAS era di 13.000 nanogrammi al litro. Le analisi del sangue, invece, hanno confermato le paure di Donadello per la sua salute e quella dei suoi due figli: il loro sangue era molto contaminato, con livelli tra i più altri rispetto ai bambini della zona.
Poi è iniziata la collaborazione con l’Università di Padova, che ha trasformato il terreno in vero e proprio laboratorio.
“Nel 2022 i professori Antonio Masi e Giancarlo Renella del Dipartimento di Agraria dell’Università di Padova si sono presentati a casa mia, di loro spontanea iniziativa, per chiedermi se potevano utilizzare l’acqua contaminata del mio pozzo e poi l’orto come parte di un loro progetto sperimentale”, ha raccontato Donadello al Corriere del Veneto.
La sperimentazione guidata dal prof. Antonio Masi del Dipartimento di Agronomia dell’ateneo di Padova consiste nell’irrigare l’orto con l’acqua inquinata del pozzo per scoprire i livelli di contaminazione da PFAS nelle diverse piante. In base alla tipologia, alcune piante hanno assimilato più inquinanti eterni nelle foglie o nei frutti. La ricerca sta anche cercando una soluzione per degradare i PFAS che si trovano nella terra. Queste sostanze, infatti, non si degradano attraverso i processi naturali né tramite processi di idrolisi, degradazione termica o metabolizzazione, il che determina anche l’accumulo nell’organismo.
Aggiungendo del biochar nel terreno dell’orto – un particolare tipo di carbone – i ricercatori hanno scoperto che i contaminanti non vengono assorbiti dalle piante perché resterebbero nel terreno.
Inquinamento da PFAS, un’emergenza ambientale e sanitaria
L’inquinamento da PFAS non è un problema circoscritto nel Nord Italia. Gli inquinanti eterni hanno invaso tutto il territorio europeo. L’inchiesta Forever Pollution Project ha creato la mappa della contaminazione da forever chemicals, individuando oltre 17.000 siti in tutto il Vecchio Continente.
Un’emergenza alla quale l’Ue sta cercando di trovare una soluzione, spinta dalle richieste di attivisti e cittadini delle zone invase dalle sostanze chimiche. Il 1° gennaio 2025 è entrata in vigore la nuova direttiva Ue sulle acque reflue urbane, che prevede anche il monitoraggio dei livelli di PFAS. Entro il 2026, questi valori andranno monitorati anche nelle acque potabili.
Però, come ha spiegato Giuseppe Ungherese, Responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace, i valori limite non sono garanzia di tutela della salute: “Anche grazie alla spinta dal basso, le autorità europee furono costrette ad intervenire. Ma non si scelse di tutelare con un valore limite la salute umana ma si scelse un valore di compromesso, che non è, di fatto, cautelativo per la salute umana”.


