La Campagna Abiti Puliti presenta la scheda di aggiornamento del rapporto “Il salario dignitoso è un diritto universale” (2022), in occasione della Giornata mondiale per il salario dignitoso (25 settembre): garantire un reddito dignitoso a chi lavora non è solo una misura di giustizia sociale, ma anche una leva di adattamento alla crisi climatica.
12 euro netti all’ora, pari a 2.063 euro netti al mese e 24.756 euro netti all’anno per un lavoro a tempo pieno: è la nuova soglia del salario dignitoso per il 2026 calcolata dalla Campagna Abiti Puliti. La stima è contenuta nella scheda di aggiornamento del rapporto “Il salario dignitoso è un diritto universale (2022)”, pubblicata in occasione della Giornata mondiale per il salario dignitoso, che la Clean Clothes Campaign (CCC) – rete internazionale che si occupa dei diritti dei lavoratori del tessile – celebra per il terzo anno consecutivo il 25 settembre 2026. La Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della CCC, aggiorna così il proprio calcolo dopo le due precedenti edizioni del 2022 e del 2024.
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L’aggiornamento arriva a pochi giorni da un allarme che pesa come una sentenza: secondo il rapporto “Limiting Overshoot”, pubblicato il 2 settembre scorso dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), il superamento della soglia di 1,5 gradi fissata dall’Accordo di Parigi è ormai “sostanzialmente inevitabile”, con un possibile picco di 1,8 gradi anche nello scenario più ottimistico. Un’estate di ondate di calore da record lo ha reso tangibile per milioni di lavoratrici e lavoratori schiacciati non solo sotto la morsa del caldo torrido, ma anche del caro-bollette e dell’impennata dei prezzi del carburante e degli alimenti. Una politica in grado di intervenire subito, senza aspettare i tempi lunghi della transizione energetica, esiste già: è garantire a tutti un salario dignitoso. Per la prima volta quest’anno Campagna Abiti Puliti lega la battaglia per il salario dignitoso di base a un’altra grande urgenza del nostro tempo: la giustizia climatica.
Un mercato del lavoro sempre più diseguale
L’Italia è un Paese sempre più diseguale, dove peggiorano le condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, intrappolati nella spirale della povertà lavorativa e della precarietà. Lo conferma la Nota di lavoro dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB, luglio 2026): tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali nel settore privato si sono ridotte in media del 6,6%, con un picco del 40,8% per il 10% dei lavoratori più poveri.
Nello stesso periodo il lavoro si è fatto più precario: dal 1990 al 2018 gli operai e gli impiegati assunti part-time sono passati da 500mila a 4,8 milioni. Secondo l’UPB, circa l’83,7% dei lavoratori italiani percepisce oggi una retribuzione inferiore ai 35.100 euro lordi l’anno. Una platea larghissima di lavoratrici e lavoratori si colloca dunque a ridosso della soglia del salario dignitoso individuata dalla Campagna Abiti Puliti per il 2026: il livello di base per condurre una vita decente. Una soglia molto al di sopra di quella di povertà pari a 13.237 euro (Istat 2025) che infatti sottostima quanti siano davvero i lavoratori poveri in Italia.
Un quadro pesante, prodotto dalle riforme neoliberali del mercato del lavoro, dalla mancata contrattazione e dalle politiche di moderazione salariale, a cui un fisco sempre meno progressivo ha potuto apportare solo lievi correttivi. È proprio nel mercato del lavoro, del resto, che si generano le principali disuguaglianze italiane: il divario fra le retribuzioni di operai e manager è cresciuto in modo drastico, passando da un rapporto di 1 a 4 negli anni Ottanta a 1 a 11 nel 2018. Se si guarda ai dieci manager più pagati d’Italia, nel 2020 il rapporto con lo stipendio di un operaio saliva addirittura a 1 a 649. A pagare il prezzo più alto di queste disuguaglianze sono soprattutto le donne e le persone immigrate, relegate in occupazioni a basso valore aggiunto e con minori possibilità di carriera e di autonomia decisionale.
Ed è proprio questa fascia di lavoratori e lavoratrici – sottopagata, più precaria, più esposta alle intemperie del mercato – a rischiare di pagare il conto più salato anche quando le intemperie sono quelle vere, causate dalla crisi climatica. Ecco perché quest’anno la Campagna Abiti Puliti lega per la prima volta le due battaglie in un solo rapporto: quella per il salario dignitoso e quella per la giustizia climatica.
Il salario dignitoso fa bene al clima
C’è un filo che lega la busta paga alla crisi climatica. Gli impatti del riscaldamento globale non colpiscono tutti allo stesso modo: si abbattono con più forza su chi ha meno mezzi per proteggersi, mentre chi vive nel lusso continua a inquinare — e a restarne, nell’immediato, quasi indenne.
Bastano dieci giorni. È il tempo che, secondo un rapporto Oxfam (2026), è servito ai più ricchi del pianeta – fra industrie, jet privati e consumi di lusso – per bruciare l’intero budget di CO2 che l’umanità dovrebbe rispettare in un anno per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi. Lo 0,1% più ricco ha esaurito la propria quota individuale ancora prima, il 3 gennaio.
Non è un caso isolato. Uno studio econometrico sulle emissioni di CO2 negli Stati Uniti tra il 1997 e il 2012 (Jorgenson, Schor e Huang, 2017) mostra lo stesso schema su scala nazionale: quando il reddito si concentra nelle mani del decile più ricco, il degrado ambientale aumenta in modo significativo; non succede lo stesso quando la disuguaglianza cresce nel resto della scala dei redditi. In altre parole, le emissioni salgono quando la ricchezza si accumula in cima alla piramide, non quando viene redistribuita verso chi guadagna meno.
E chi inquina di più se la cava anche meglio quando il clima va in tilt. Case sicure, aria condizionata, servizi su misura: i super-ricchi possono permettersi di proteggersi dagli effetti della crisi che contribuiscono a creare. A pagarne il prezzo sono invece i lavoratori e le comunità dei territori più esposti – in Italia come nel resto del mondo – in uno scambio profondamente diseguale, sia fra i Paesi, sia al loro interno.
Nella filiera tessile lo scambio diseguale ha già un nome e dei numeri: in Cambogia l’82% delle fabbriche tessili supera i 32 gradi al chiuso, una su tre oltre i 35, con interni fino a 5 gradi più caldi dell’esterno già pericoloso (Better Factories Cambodia-ILO; NYU Stern). Lo denuncia anche la Clean Clothes Campaign, che chiede che il salario venga garantito quando il caldo ferma le linee di produzione.
Un rischio che riguarda da vicino anche l’Italia, che dalle stesse filiere asiatiche importa gran parte dell’abbigliamento venduto sul mercato nazionale, e che non è comunque immune dagli effetti della crisi climatica: lo conferma un nuovo e allarmante rapporto (Calcaterra et al., 2026), dedicato al rischio climatico nel nostro Paese, secondo cui a pagare il prezzo più alto sono i territori e i gruppi sociali con meno risorse per proteggersi.
È in questo scenario che si inserisce la proposta della Campagna Abiti Puliti.
«Garantire a tutti i lavoratori e le lavoratrici un salario dignitoso di base», spiega la coordinatrice Deborah Lucchetti, «non è soltanto una misura di giustizia sociale per riequilibrare le disuguaglianze fra redditi e gruppi sociali e quindi contribuire a mitigare le emissioni di CO2. È anche una misura di adattamento climatico urgente e necessaria, che consente alla classe lavoratrice di affrontare meglio la crisi climatica, avendo accesso a cibo, abitazione e servizi di maggiore qualità», ovvero il paniere di beni essenziali al centro della proposta della Campagna.
Una battaglia, quella per il salario dignitoso, che per Abiti Puliti non riguarda soltanto i diritti di chi lavora nella filiera della moda, ma la possibilità stessa di costruire una transizione – sociale, industriale, climatica – che non lasci indietro nessuno.
«Per una giusta transizione nella moda occorrono interventi sul piano delle politiche sociali e post-distributive da compiere subito, ma quello salariale è il primo passo per riequilibrare la distribuzione della ricchezza laddove si genera, cioè nel mercato del lavoro», conclude Lucchetti.


