I due colossi cinesi del fast fashion, sempre più in competizione, sono al centro di una battaglia legale. Ecco perchè Shein ha fatto causa a Temu.
Il rivenditore e-commerce Shein da anni è noto per il suo modello di business insostenibile, per i suoi costi sociali e per la sua filiera produttiva che ci restituisce prodotti a prezzi davvero irrisori e dal massiccio uso di sostanze chimiche, come riportato in un’inchiesta di Greenpeace.
Temu è un’altra piattaforma cinese a prezzi stracciati, approdata in Italia nella primavera del 2023. Potremmo definirla una versione potenziata di Shein.
Con costi di spedizione bassi, convenienti sia per le aziende che per i clienti, hanno trovato la chiave del loro successo.
Sono questi i protagonisti di una battaglia legale. Cosa li accomuna? Si tratta dei due colossi del fast fashion che, con costi di spedizione bassi, convenienti sia per le aziende che per i clienti, hanno trovato la chiave del loro successo, fino a intasare il settore globale del trasporto aereo di merci.
Ma perchè Shein ha fatto causa a Temu? Sembra un paradosso, ma la prima ha citato in giudizio il rivale con l’accusa di rubare “i suoi modelli” e di aver “costruito un impero con la contraffazione, la violazione della proprietà intellettuale e la frode”.
Inoltre Shein afferma che almeno uno dei dipendenti di Temu ha rubato “preziosi segreti commerciali” che identificavano i suoi prodotti più venduti, insieme a informazioni interne sui prezzi.
“Temu attira i consumatori statunitensi a scaricare e utilizzare la sua applicazione mobile con la promessa di prezzi estremamente bassi. Ma Temu non trae profitto dalla vendita di questi prodotti, che hanno prezzi così bassi che Temu deve sovvenzionare ogni vendita, perdendo denaro su ogni transazione”, si legge nella denuncia di Shein. Nella denuncia l’e-commerce afferma poi anche che Temu ha finto di essere Shein su X nel tentativo di “sviare i clienti”
Un’azione legale che arriva mentre lo stesso brand Shein si trova ad affrontare accuse simili da parte di vari marchi e artisti indipendenti, tra cui Levi Strauss e H&M.
Un portavoce di Temu ha dichiarato: “Shein, sepolta da una montagna di cause per violazione della proprietà intellettuale, ha la faccia tosta di inventare accuse contro altri per la stessa cattiva condotta per cui è stata ripetutamente citata in giudizio”. Infatti, l’anno scorso era stata Temu a fare causa a Shein per problemi di copyright e per le accuse di “intimidazione mafiosa dei fornitori” per costringerli ad accordi di esclusività.
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Possono anche continuare a farsi la guerra, ma per fermare il fenomeno del fast fashion e le conseguenze su ambiente e salute, occorre fermare i due e-commerce. Come? L’Unione Europea ha proposto nuove leggi che imporrebbero dazi doganali più pesanti sulle importazioni a basso costo. Questa iniziativa potrebbe fermare l’ascesa di Temu e Shein.
La Commissione europea intende eliminare la soglia attuale di 150 euro al di sotto della quale gli articoli possono essere acquistati in esenzione doganale. Altra ipotesi quella di rendere obbligatoria per le grandi piattaforme la registrazione per il pagamento dell’Iva online, indipendentemente dal loro valore. Dal 2021, sui pacchi inviati alle aziende Ue viene già applicata l’Iva indipendentemente dal loro valore, ma sono esenti da dazi.
Per quale motivo i consumatori non dovrebbero acquistare su Temu o Shein?
“I consumatori devono imparare a farsi delle domande. Quando una cosa costa troppo poco forse c’è un motivo. La caratteristica di Temu è che offre, inoltre, un sacco di cose di cui non si ha veramente bisogno, facendo leva sull’acquisto impulsivo“, ha spiegato in un’intervista a TeleAmbiente Silvia Gambi, giornalista e fondatrice di Solo Moda Sostenibile – Il consumatore si giustifica parlando di crisi economica, necessità di spendere meno. Ma credo ci sia l’esigenza, intanto, di spendere in cose che siano davvero necessarie. Si tratta di modelli di business dove non c’è un negozio fisico, ma solo online, e questo spiega perchè il marketing è così aggressivo e si cerca di indagare e di raccogliere più informazioni possibili sul comportamento del consumatore”.
Il lato oscuro del brand di moda Shein è stato rivelato anche dall’indagine dell’organizzazione svizzera Public Eye, all’interno degli impianti di produzione di Shein situati a ovest del villaggio di Nancun, nell’area di Guangzhou, nel sud della Cina.
Nella prima indagine del 2021 erano già emerse condizioni disumane di lavoro nelle fabbriche fornitrici e l’azienda si era impegnata a introdurre nuove regole per migliorare il benessere degli operai. Public Eye la scorsa estate è tornata a intervistare tredici dipendenti di sei fabbriche che riforniscono Shein per verificare cosa fosse cambiato. Il risultato? Ci sono ancora operai che cuciono vestiti anche per più di dodici ore al giorno, per sei o sette giorni a settimana, e solo un giorno libero al mese.


