di Fabrizio Pezzani
Le radici culturali della crisi del nostro tempo sono lontane e legate al campo della speculazione che a partire dal secolo dei lumi, l’illuminismo, ha affermato la razionalità dell’uomo al di sopra del suo essere anche sentimento; il sapere razionale diventa il sapere tecnico a cui si affida un futuro ed una felicità che un tempo erano mediate dalla componente emozionale. Il sapere tecnico affermatosi accetta solo una verità che sia misurabile ed in questa accezione la verità dei sensi ha tale qualifica ma non la sfera delle emozioni. La cultura ha separato definitivamente, per dirla con Pascal, l’“esprit de finesse” dall’ “esprit de geometrie”; l’uomo si stacca dalla sua anima e diventa oggetto misurabile. L’evoluzione del pensiero speculativo ha preparato il cambiamento del modello socioculturale attuale di cui ci troviamo prigionieri. Quel tempo e quel pensiero hanno preparato il terreno per la trasformazione culturale verso una razionalità priva di limitazioni e quindi assoluta che ha invaso ogni campo dell’attività e del sapere dell’uomo fino a dominare la genetica scientifica delle scienze sociali che diventano solo misurabili e questo diventa il requisito della realtà: è vero solo ciò che si tocca, si vede e si misura.
La scienza tecnica e razionale vuole misurare tutto in una seria infinite di prove e dimostrazioni che speculano troppo spesso sul nulla azzardando teorie ed assiomi improbabili che devono essere soggetti a misurazione.
Questa cultura tecnica e razionale ha distrutto il pensiero creativo con una modellistica infantile, ha distrutto il pensiero in una società che non pensa più e ripete in modo autistico le dichiarazioni fatte ad “usum delphini”; in questo limbo culturale sembra prevalere la stupidità che non può essere misurata data la sua infinitezza, la stupidità dimostra i limiti della scienza tecnica e razionale assoluta che pretende la assoluta misurabilità. Einstein, a conferma di quanto detto, indicava la differenza tra il genio e la stupidità affermando che il primo ha dei limiti.
La stupidità si accompagna alla storia dell’uomo ma in alcune epoche storiche come la nostra sembra avere una sua crescita incontrollabile ed a differenza della moneta che non crea moneta, la stupidità crea stupidità non misurabile ammorbando l’ambiente culturale che ne viene soffocato come vediamo, drammaticamente, ogni singolo giorno.
Il termine stupidità deriva dal verbo latino stupēre che nella trasposizione in italiano ha due accezioni distinte: una riguarda chi è “stupito”, in una condizione cioè d’incapacità o passività, indotta da stupore; l’altra, riferita allo “stupido”, esprime una condizione duratura di “carenza” e “lentezza” nel comprendere. Lo storico Carlo Maria Cipolla autore di un ironico saggio sulla stupidità (Allegro ma non troppo) elencava la teoria generale della stupidità umana nelle sue cinque leggi universali precisando che , rispetto alle leggi che regolano il regno animale, gli “esseri umani hanno il privilegio di un peso aggiuntivo causato da un gruppo di persone che appartengono allo stesso genere umano… È un gruppo non organizzato non facente parte di alcun ordinamento non ha un capo né presidente, né statuto ma che riesce ad operare in perfetta sintonia come se fosse guidato da una mano invisibile, in modo che le attività di ciascun membro contribuiscono a rafforzare ed amplificare l’efficacia ed il comportamento di questo gruppo che noi definiamo l’insieme – sistema degli stupidi.” Le conseguenti leggi universali sono le seguenti:
1) Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli stupidi in circolazione;
2) La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona, gli stupidi sono presenti in tutte le classi sociali uniformemente senza distinzioni di sorta.
3) Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.
4) Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo ed in qualsiasi circostanza associarsi e trattare con gli stupidi diventa un costosissimo errore.
5) La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.
Generalmente «lo stupido è colui che ripete inconsciamente i propri errori, è incapace di correggerli, regolamentarsi. Non è in grado di scegliere che strada imboccare. Molti fattori del comportamento umano, intrinsecamente diversi dalla stupidità, possono contribuirvi». In questo senso l’ignoranza, come la paura e la codardia, sono spesso “sorelle” della stupidità come quando si condivide, senza approfondirlo, un superficiale consenso o quando si ha paura di doversi contrastare con chi ha opinioni diverse o quando ci si sottomette al parere di una maggiore autorità. Questa fase storica favorisce lo sviluppo di comportamenti stupidi senza che i soggetti che li commettono siano tali ma l’asservimento ad un potere dominante favorisce una forma di ipocrisia nel tacere od omettere di citare fatti ed opinioni che si scontano con il main-stream d’altro canto come scriveva Voltaire: “È molto pericoloso avere ragione quando il potere ha torto”.
Ogni singolo giorno esiste una forma di narcotizzazione fatta dai media, dalle televisioni, dalla politica, dai modelli sociali che ammorbando il pensiero ottunde la creatività e genera un terreno fertile per forme di stupidità che diventano estremamente pericolose perché riducono la capacità di giudizio ed alimentano una supponenza senza un personale giudizio critico ma una forma di autoreferenzialità distruttiva. Il potere esterno alla politica favorisce persone più assertive e guidabili che persone poco attente alle regole del potere e così finiamo in uno stagno che finisce per uccidere il pensiero lasciandoci guidare da un potere che non si ferma mai e diventa a suo modo una forma di suicidio, così per riprendere il conte di Gloucester ne “Re Lear” di Shakespeare: “È la piaga dei tempi quando gli idioti governano i ciechi” (atto quinto, scena prima).


