Le microplastiche non stanno soffocando solo gli oceani. Uno studio analizza il viaggio dei polimeri dal terreno ai piccoli mammiferi che popolano le aree del Sussex, nel Regno Unito.
L’inquinamento da plastica evoca spesso immagini di animali marini, come pesci e tartarughe, soffocati da bottiglie, rifiuti e reti da pesca abbandonate. Una storia che, purtroppo, si ripete anche sulla terraferma.
Nei terreni agricoli, le microplastiche sono sempre più presenti e, contaminando gli ortaggi, finiscono nei nostri piatti. Ma non è l’unico viaggio che compiono i minuscoli frammenti.
Una ricerca condotta dall’Università del Sussex, nel Regno Unito, pubblicata su Environmental Toxicology and Chemistry, ha scoperto da dove proviene la plastica presente nelle feci di ricci europei, arvicole, topi selvatici e ratti grigi. Su 189 campioni dei ricci, infatti, il 19% conteneva questo materiale. Studi precedenti hanno riscontrato che questi piccoli mammiferi, ma anche uccelli passeriformi insettivori come i tordi bottacci e i merli comuni, avevano alti livelli di microplastiche nel loro tratto intestinale.
Per comprendere la contaminazione della fauna, il team di ricercatori ha raccolto oltre 2.000 campioni di invertebrati di cui si nutrono i ricci, come lumache, coleotteri, bruchi, lombrichi e porcellini di terra, e terreno da 51 siti nel Sussex. La terra proveniva da terreni agricoli, pascoli e aree suburbane.
Ipotizzando che la contaminazione da plastica fosse più comune negli erbivori e nei detrivori, lo studio si è concentrato su di loro. Dalle analisi su 530 campioni, la plastica è stata trovata nell’11,8%.
La più alta percentuale è stata trovata nei lombrichi (29%), seguiti da lumache e limacce (24%). Dallo studio è emerso che i tipi di plastica riscontrati nei carnivori non corrispondevano a quelli presenti negli erbivori. Ciò suggerisce che la contaminazione non avviene solo mangiando le prede, ma anche mentre gli animali si muovono nel terreno o persino attraverso le particelle sospese nell’aria.
Il tipo di plastica più riscontrato nei campioni è stato il poliestere, proveniente da mobili e indumenti, poi quelle usate negli imballaggi monouso, nei materiali agricoli (come teli per pacciamatura e per serre) e nelle vernici.
Lo studio sottolinea inoltre la necessità di condurre ulteriori ricerche per capire come questi polimeri influenzino la salute degli invertebrati, dei loro predatori – come i ricci – e dell’ecosistema.
“È troppo facile attribuire esclusivamente ai singoli individui la responsabilità di evitare imballaggi monouso, riciclare di più ed evitare materiali sintetici. Queste misure fanno la differenza, ovviamente, ma i grandi inquinatori devono essere ritenuti responsabili. Questo vale per le aziende del fast fashion, i giganti delle bevande, le catene di supermercati e il settore agricolo, che producono tutti un’enorme quantità di rifiuti di plastica e non si sono assunti la responsabilità dei danni che ne derivano”, ha spiegato Emily Thrift, dottoranda e tutor di ecologia all’Università del Sussex e autrice dello studio.
Cosa sono le microplastiche?
Si parla sempre di più di questi minuscoli frammenti e della loro pervasività nell’ambiente e nel corpo umano, ma cosa sono le microplastiche?
Per microplastiche si intendono piccoli frammenti di materiale plastico solitamente inferiori ai 5 millimetri. Se le dimensioni sono invece comprese tra 1 e 100 nm (nanometri) allora si parla di nanoplastiche. In entrambi i casi le particelle, a seconda della loro origine, possono essere suddivise in due categorie: primarie e secondarie.
Microplastiche primarie
Rientrano in questo insieme i frammenti rilasciati direttamente nell’ambiente, come avviene durante il lavaggio dei capi sintetici, con l’abrasione dei pneumatici durante la guida o con le microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti per la cura del corpo (es: scrub, dentifrici). Secondo le stime, le microplastiche primarie rappresentano tra il 15 e il 31% dei frammenti presenti nell’oceano.
Microplastiche secondarie
Queste vengono prodotte dalla degradazione di oggetti in plastica più grandi, come buste, bottiglie, reti da pesca, altri oggetti dispersi nell’ambiente e rappresentano tra il 68 e l’81% delle microplastiche presenti nell’oceano.


