Un interessante progetto per rendere strutturale, a livello comunitario, uno strumento finanziario già adottato da privati o enti locali per ripristinare il patrimonio naturale del nostro Continente. Anche perché l’economia è strettamente dipendente dallo stato della natura, che in Europa è in cattivo stato.
In un’Unione europea che rivede continuamente, al rialzo come al ribasso, i propri obiettivi ambientali e climatici a seconda degli umori dell’eterogenea coalizione che sostiene la presidenza di Ursula von der Leyen alla Commissione europea, arriva un interessante strumento di finanza ambientale. Si tratta dei crediti natura, che rappresenteranno, tramite appositi bonus, un premio per tutte quelle aziende che si impegnano concretamente nella tutela dell’ambiente e della biodiversità e nella transizione energetica ed ecologica.
Da Bruxelles arriva finalmente un impegno concreto per questo progetto ‘pilota’: il 10% del bilancio dell’Ue dovrebbe essere destinato alla tutela della biodiversità, ma le stime indicano che potrebbe non essere sufficiente. Servono infatti almeno altri 37 miliardi di euro all’anno di finanziamenti, e l’unico modo per raggiungere tale importo è il contributo dei privati. Per questo, la Commissione europea sta lavorando sul sistema dei crediti natura, con un cronoprogramma a partire già da quest’anno. Esperti ambientali sono già in fase di progettazione tecnica e normativa: occorre infatti definire, in modo chiaro e semplice (e non è cosa da poco vista la complessità del tema), i criteri, le metodologie e i meccanismi di governance. Lo riporta Open.
Il progetto in fase di sviluppo prevede una fase sperimentale, che durerà poco meno di un anno e mezzo, fino a tutto il 2027. I primi finanziamenti arriveranno da fondi dell’Unione europea già esistenti e sbloccati. A quel punto, la Commissione valuterà gli step successivi in modo da sviluppare un vero e proprio mercato europeo dei crediti di natura, che dovrà sostenere soprattutto le piccole e medie imprese, cioè quelle che hanno maggior bisogno di sostegno economico e finanziario nella loro transizione ecologica.
A presentare il progetto dei crediti natura è stata Jessika Roswall, commissaria Ue per l’Ambiente, la Resilienza idrica e l’Economia circolare e competitiva. La 52enne svedese, componente della Commissione von der Leyen II, ha spiegato: “Il 75% delle imprese europee dipende dalla natura, c’è un grosso legame tra economia ed ecosistemi, eppure l’80% della natura in Europa è in cattivo stato. Non vogliamo trasformare la natura in merce, ma riconoscere e premiare le azioni che puntano a ripristinarla e sostenerla“. Di fatto, l’obiettivo non è dare un valore economico alle risorse e al patrimonio naturale, bensì a tutti gli interventi di protezione ambientale o di ripristino della biodiversità.
Enti e organizzazioni indipendenti (si spera) dovranno valutare e certificare tutti quei progetti come la piantumazione degli alberi, il ripristino delle torbiere o gli investimenti nell’agricoltura sostenibile, e chi otterrà quella certificazione potrà ricevere in cambio dei bonus. A quel punto, l’ipotesi è che quei crediti potranno essere venduti a soggetti pubblici o privati, interessati a sostenere progetti green o a compensare il loro impatto ambientale. Se lo schema vi ricorda qualcosa, avete ragione: il meccanismo è abbastanza simile a quello dell’ETS (Emission Trading System) e ai crediti di carbonio, adottato dall’Ue da ormai venti anni per regolare le emissioni di CO2. C’è però una differenza: i crediti di carbonio si basano su una quantità più misurabile come le tonnellate di anidride carbonica evitate o assorbite, i crediti natura dovranno misurare il miglioramento della biodiversità. Va da sé che non sarà proprio una passeggiata stabilire in modo univoco i parametri relativi al miglioramento della biodiversità, ma è già un inizio.
D’altronde, quello dei crediti natura non è certo un progetto così innovativo e rivoluzionario. Ci sono già progetti approvati e gestiti dai vari governi nazionali in tre Stati membri dell’Ue (Francia, Irlanda e Finlandia), mentre in altri otto Paesi, tra cui l’Italia, meccanismi del genere sono regolati e portati avanti da imprese, società civile o enti locali (gli altri sono Belgio, Germania, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Spagna e Svezia). Con la tabella di marcia presentata dall’Unione europea, si punta ora a istituire, a livello prima sperimentale e poi strutturale, un sistema anche a livello comunitario.


