La compagine governativa attuale è quasi esclusivamente formata da persone che incarnano l’antica cultura del latifondo agrario, ora politico, e della rendita, scardinando il mezzogiorno rendendolo dipendente dagli aiuti pubblici.
di Fabrizio Pezzani (Professore emerito Università Bocconi)
In questo modo il modello culturale del governo attuale, in cui prevale il centro-sud, è incardinato a quel Dna, sempre più legato alla logica del “latifondo politico” che si sostituisce a quello agrario e alla conseguente cultura della rendita che si perpetua negli aiuti di stato, nel rilascio di erogazioni malamente usate, nell’occupazione sistematica di poltrone, di posti di lavoro, di commesse funzionali a mantenere il consenso che a sua volta consente il latifondo politico.
Questo imprinting è anacronistico oggi più che mai perché senza la cultura della produzione si produce solo debito e sudditanza come drammaticamente ogni giorno vediamo legato al latifondo politico.
Questo modello culturale espressione della storia del sud, suo malgrado, ha trovato in alcune discipline ambiti di impiego e di attività; così mancando spazi occupazionali produttivi che avrebbero dato spazio a chimici, fisici, ingegneri (con Mattei ci sono stati ingegneri siciliani straordinari) i giovani hanno trovato lo sbocco nella giurisprudenza che ha generato avvocati, notai, magistrati in percentuale significativamente più alta (78 %) soffocando lo sviluppo rendendolo dipendente dalla rendita.
L’amministrazione dei Borboni era profondamente corrotta e corruttibile ed ha nel tempo trovato radici profonde che neppure l’amministrazione sabauda e quelle successive hanno saputo o voluto fermare; il ruolo del diritto era un sistema di potere.
Il perpetuarsi di questo modello nel tempo e l’onda della burocrazia costruita sulla complicanza è entrata nel sistema di potere mettendo la sabbia giuridica negli ingranaggi che finisce per bloccare le riforme.
Nel nord la spinta a creare ricchezza con l’attività manifatturiera ha creato specializzazioni in settori diversi e innovativi, diversi e sviluppando uno tra i sistemi produttivi più evoluto al mondo. Tuttavia la progressiva espansione di un diritto spesso artificioso e usato in modo strumentale, più funzionale a generare aree di potere e occupare i posti di potere, ha generato un nodo gordiano del diritto inestricabile senza uno strappo violento.
Tra questi due mondi incapaci di mediare tra loro una balance of power ci troviamo in mezzo al guado di un paese che non sa più cosa è diventato: un paese federale come dovrebbe essere o centrale come è nei fatti, dominato da una burocrazia che sta su Marte e legifera su tutto troppo spesso in modo ottuso.
Il modello federale sarebbe rispettoso delle diversità e limiterebbe in modo drastico il nocivo ambito legiferativo della burocrazia centrale e anche i suoi costi non giustificati dai benefici; la collocazione geografica della governance del Paese mostra poca attenzione al ruolo delle piccole e medie imprese italiane che sono la colonna portante del paese e contano il 92 % degli occupati nelle attività produttive.
Esiste poi una forma di mancata attenzione dei sindacati al problema, troppo concentrati sulle proprie autoreferenziali posizioni, per capire come implementare una strategia per creare posti di lavoro con le piccole e medie imprese perché non ne hanno la cultura, quindi non meraviglia la progressiva perdita di attenzione a un potere politico che rappresenta sempre di meno, capace solo di reiterare vecchi modelli di protesta senza capire le nuove sfide produttive; hanno un vecchio potere consunto per mancanza di cultura, il dramma di tutto il Paese.
La diversità del Paese sta nella storia che ha caratterizzato i suoi modelli di crescita profondamente diversi da nord e sud per caratteristiche dei territori, per modelli sociali e culturali, per i sistemi di governance. Lo sviluppo della cultura agricola nei territori del nord del paese ha sviluppato l’attenzione a forme di lavoro collaborativo derivante dalla cultura agricola, che aveva trovato nella mezzadria una forma di composizione di interessi, tra capitale e lavoro, a differenza del latifondo sviluppato nel sud del Paese.
Anche la storia del nord è stata determinante per definire le regole di convivenza, infatti sia la grande Venezia che gli Asburgo avevano un’amministrazione rigorosa e attenta ed efficace creando una cultura del rispetto.
“La mezzadria ha dato spazio all’iniziativa personale e al rischio derivante, al Sud il latifondo e il bracciantato hanno diffuso la cultura della rendita, che non aiuta la formazione di un capitale sociale, come è stato al Nord, creando modelli socioculturali profondamente diversi. La schiavitù del latifondo ha sviluppato la cultura della rendita, la ricchezza non si crea ma è immanente ovvero legata al godimento di beni o prerogative che diventano diritti. La cultura rurale contadina in Italia è la matrice prima e se si sovrappone il paesaggio rurale italiano dei primi del 900 come funzione del tipo di rapporti di coltivazione si ottiene una ripartizione geografica identica a quella dell’associazionismo del Nord dove gli antichi mezzadri sono nel tempo diventati imprenditori legati alla famiglia” (La competizione collaborativa, Fabrizio Pezzani, 2011)
La mancanza di un confronto equilibrato fra nord e sud ha consentito lo sviluppo della rendita ma non della produzione e ha prodotto la domanda di sussidi e di posti dove sia possibile; l’assalto alle aziende pubbliche è stato devastante per l’avidità priva di senso morale, bastava l’amicizia sempre anteposta al merito, è stato un esempio degradante come immagine per un paese che sta soffrendo.
L’incapacità di capire i problemi e la sudditanza verso poteri esterni e il contesto storico, si esprime in modo drammatico con la mancanza assoluta di pensiero. Questo modello culturale che incarna il governo è distruttivo e genera solo debiti che non sarà facile ripianare se non riusciamo a mediarlo con la cultura della produzione e del creare posti di lavoro. La povertà che abbiamo generato, per la troppa sudditanza verso interessi esterni al paese e ad una finanza usata come arma di potere non convenzionale, può essere combattuta solo creando posti di lavoro e non con politiche di assistenza, quali meri sussidi monetari o riduzione di imposte, come scriveva Hyman Minsky già nel 1976, noi siamo parte di una società occidentale che sembra avviata all’implosione ma salvarci dipende solo da noi.


