Donald Trump ha firmato un nuovo provvedimento per aumentare la produzione di minerali rari e “ripristinare il dominio statunitense” sul settore controllato dalla Cina.
Sta per iniziare una nuova “corsa all’oro” negli Stati Uniti. Donald Trump, lo scorso giovedì, ha firmato un ordine esecutivo per aumentare la produzione americana di nichel, rame e altri minerali fondamentali per molti settori dell’economia statunitense.
L’obiettivo principale di Trump, come spiega la scheda informativa della Casa Bianca, è di “ripristinare il dominio americano nei minerali e nelle risorse critiche offshore”. Il presidente degli Stati Uniti è intenzionato a spingere sull’acceleratore per ampliare la propria capacità di raccolta dei minerali a sostegno della difesa, della produzione tecnologica e dell’energia. Inoltre, l’iniziativa è volta a contrastare il controllo – finora assoluto – della Cina sull’industria dei minerali.
Si stima che in alcune zone dell’Oceano Pacifico sarebbero presenti grandi quantità di rocce, note come noduli polimetallici, contenenti i componenti fondamentali per la produzione di veicoli elettrici e l’industria elettronica. Secondo quanto dichiarato dalla Casa Bianca, oltre 1 miliardo di tonnellate di questi noduli si troverebbero in acque statunitensi e conterrebbero proprio i minerali essenziali per i vari settori industriali come nichel, manganese, rame, cobalto. L’estrazione dei minerali potrebbe portare a un aumento del PIL Usa di 300 miliardi di dollari in 10 anni con benefici sull’economia americana come la creazione di 100.000 posti di lavoro.
Il provvedimento emanato da Trump, inoltre, evita uno scontro diretto con l’Autorità Internazionale per i Fondali Marini (ISA), sostenuta dalle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato gli accordi che rafforzano la giurisdizione dell’ISA né sono membri dell’organismo. Secondo l’ordinanza, il Segretario al Commercio dovrà “accelerare il processo di revisione e rilascio delle licenze di esplorazione mineraria dei fondali marini e dei permessi di recupero commerciale in aree al di fuori della giurisdizione nazionale”.
President Trump is UNLEASHING America’s offshore critical minerals and resources. This bold move will:
✅ Strengthen our economy
⚡️ Secure American energy
Reduce dependence on foreign suppliers
Counter China’s growing influence over seabed minerals pic.twitter.com/moF9HW2bni— The White House (@WhiteHouse) April 24, 2025
Deep Sea Mining Usa, l’ira di Pechino e degli ambientalisti
Anche se l’estrazione mineraria commerciale è ancora agli inizi, sta iniziando una vera e propria “corsa all’oro” per gli Stati Uniti, che ha innescato subito la reazione della Cina, che domina il settore. “L’autorizzazione statunitense viola il diritto internazionale e danneggia gli interessi generali della comunità internazionale“, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun.
Pechino, che finora ha sospeso le attività di estrazione in attesa delle norme dell’ISA (un processo iniziato negli anni ’90), ha avvertito che gli ordini di Trump “mettono ancora una volta a nudo l’approccio unilaterale e la natura egemonica degli Stati Uniti“.
Ma non è l’unica reazione che il Deep Sea Mining di Trump ha scatenato. Il processo, secondo gli ambientalisti, potrebbe causare gravi danni ecologici.
“Accelerare l’attività mineraria in acque profonde è un disastro ambientale in divenire“, ha affermato ai media americani Emily Jeffers, avvocato senior presso il Center for Biological Diversity. “Trump sta cercando di esporre uno degli ecosistemi più fragili e meno compresi della Terra a uno sfruttamento industriale sconsiderato.”
L’attività di estrazione, però, sembra stia per iniziare, nonostante gli avvertimenti sui rischi per l’ambiente e la biodiversità. Secondo quanto riportato da The Advertiser, la società americana Impossible Metals ha dichiarato di aver già richiesto ai funzionari statunitensi di “avviare una procedura di locazione” per una zona del Pacifico che circonda le Samoa Americane. L’attività di estrazione, in questo caso, aggira l’Autorità Internazionale per i Fondali Marini (ISA) perché si svolgerebbe nella giurisdizione degli USA e non in acque internazionali.


