Caporalato, la Cassazione conferma: "A Nardò fu schiavitù"

Caporalato, la Cassazione conferma: “A Nardò fu schiavitù”

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In Italia esiste ancora la schiavitù, a stabilirlo definitivamente è la Corte di Cassazione, che ha
messo la parola fine a un procedimento durato 13 anni. I fatti risalgono al periodo compreso
tra il 2008 e il 2011 e riguardano un gruppo di lavoratori, in maggioranza proveniente da paesi
africani, arrivati nella località pugliese di Nardò per raccogliere pomodori e angurie.

A perpetrare reato di riduzione e schiavitù sono stati i caporali, soggetti che fanno da mediatori tra datore di lavoro e lavoratori nelle campagne, assolti invece i datori di lavoro. Secondo i supremi giudici, sebbene i lavoratori fossero arrivati nelle campagne pugliesi di loro spontanea volontà e fossero rimasti liberi di andarsene, nei fatti questi furono messi in una condizione di totale dipendenza dai caporali e complice alla mancata conoscenza della lingua italiana e dei diritti garantiti dal nostro paese, i lavoratori di fatto si trovarono in una condizione
di schiavitù.

L’assoluzione dei datori di lavoro si deve invece al fatto che la legge 199 del 2016, che oggi regolamenta il fenomeno del caporalato, non era ancora vigente ai tempi in cui si svolsero i fatti.

Giovanni Mininni, Segretario generale FLAI-CGIL, ha spiegato la portata della sentenza: “La sentenza è una sentenza comunque importante perché riconosce la condizione di schiavitù nella quale si trovano i lavoratori. Quindi si può dire che di fatto è come avvenne nella prima parte del processo dove il PM chiese di poter utilizzare la riduzione di schiavitù dei lavoratori, la Cassazione da ragione al Pm. Quindi il primo grado di giudizio già lo prevedeva e confermando questa cosa si introduce in Italia anche il reato di schiavitù che non esisteva e non era stato mai dimostrato. L’innovazione o perlomeno una delle innovazioni più importanti che si è avuta poi nel 2016, a novembre 2016, con l’approvazione di questa legge che tanto noi abbiamo voluto è che vengano considerati responsabili innanzitutto i datori di lavoro. Il problema è sempre in capo al datore di lavoro perché egli detta le regole d’ingaggio, assume contatto ai caporali, gli dice quanto costa, quanto intende dare per quella giornata ai lavoratori conoscendo i costi della gestione del raccolto dell’azienda e quindi ha ben chiaro i costi per l’impresa e lui detta le condizioni al caporale che poi a sua volta le trasferisce ai lavoratori e naturalmente ulteriormente li sfrutta perché i soldi del panino o dell’acqua vengono pagati in genere ai caporali.”

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