Il nostro SSN è sempre più fragile: lo dimostrano i dati presentati ufficialmente alla Camera dei deputati da Fondazione Gimbe. Un italiano su dieci rinuncia a curarsi, abbiamo una drammatica carenza di infermieri e la percentuale del Fondo sanitario nazionale sul Pil continua a scendere.
Un Servizio Sanitario Nazionale sempre più fragile, quello italiano, come emerge dall’ottavo Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato ufficialmente alla Camera dei deputati davanti a importanti esponenti politici e istituzionali. Nell’ultimo triennio, la sanità pubblica italiana ha perso oltre 13 miliardi di euro, con più di 41 miliardi a carico delle famiglie. Un dato che si riflette in un vero e proprio dramma, con un italiano su dieci che ha dovuto rinunciare alle cure.
Sicuramente più ombre che luci, quelle presenti nei dati del Rapporto, che in alcuni casi sono paradossali: si pensi ad esempio che l’Italia è al secondo posto in Europa per numero di medici, ma ha una drammatica carenza di infermieri. Sul fronte sanitario, l’attuazione del Pnrr procede troppo a rilento, con appena il 4,4% di case della comunità pienamente operativo, e continua a scendere la percentuale del Fondo sanitario nazionale sul Pil. Sono solo alcuni dei dati presenti nel Rapporto, chiaramente indicativi di un Servizio Sanitario Nazionale che ha pochi eguali al mondo ma che appare sempre più in sofferenza.
“Quest’anno siamo partiti dal lato dei diritti dei cittadini, che purtroppo, mese dopo mese e anno dopo anno, si dissolvono. Io ricordo che il diritto alla salute è un diritto fondamentale, serve a godere di tutti gli altri diritti e purtroppo questo non è esigibile da tutte le persone come prevede la Costituzione e come ha predisposto la legge istitutivo del Servizio Sanitario Nazionale. Ci sono troppe diseguaglianze tra Regioni, nelle aree interne e nelle aree rurali, c’è un forte aumento della spesa privata e sempre più persone, quasi cinque milioni e ottocentomila abitanti, quindi un italiano su dieci, che rinunciano alle prestazioni sanitarie. Anche quella spesa delle famiglie, quindi, è sottostimata perché c’è una quota di persone che non riesce a spendere” – il punto di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, a TeleAmbiente – “Quei principi di universalismo, di equità e di uguaglianza, oggi a poco a poco si stanno dissolvendo. È evidente che questo è il frutto di un abbandono della sanità pubblica da parte di tutti i governi degli ultimi 15-20 anni, quindi il problema non si risolve con uno o due miliardi in più all’interno del fondo sanitario nazionale in occasione della prossima legge di bilancio o di quella successiva. Servono un importante rifinanziamento progressivo e soprattutto coraggiose riforme che ci permettano di recuperare i tanti sprechi che si annidano a tutti i livelli (politico, organizzativo, professionale)“.
“La priorità deve essere il personale sanitario: è fondamentalmente un investimento sul capitale umano, è qualcosa di più grande, è un cambio di visione per l’Italia, un Paese che invecchia, demograficamente in pieno inverno e senza giovani. Se non si investe sul capitale umano, rendendo l’Italia attrattiva per i giovani, i giovani non solo non nasceranno ma se ne andranno via. E questo determinerà il collasso di tutti i sistemi dei servizi. La prima cosa da tornare a fare in Italia è un grande programma di investimento sul capitale umano, nel breve, medio e lungo periodo, per tornare a garantire il funzionamento dei nostri servizi essenziali, in primis la salute ma anche le pensioni” – ha spiegato Beatrice Lorenzin, senatrice del Partito democratico e già ministra della Salute – “Il Rapporto di Gimbe purtroppo ha molte ombre: quello che ci dice chiaramente è che per investire sul capitale umano in sanità e tornare ad essere attrattivi per tutte le professionalità (medici, infermieri, operatori, tecnici, ingegneri, statistici e informatici), che in Europa e nel mondo sono figure che vengono cercate perché c’è un mercato della conoscenza“.
“Per garantire l’erogazione delle cure occorre spendere in più, ogni anno, tra i cinque e i sette miliardi di euro. Solo così potremo toglierci da una fase di galleggiamento e stagnazione verso il declino come quella attuale. Parliamo di una cifra importante, ma non drammaticamente forte e sostenibile nell’ambito di un bilancio come quello italiano. Dobbiamo capire come recuperare le risorse e poi fare le riforme necessarie: da una parte quella sul personale sanitario, dall’altra garantire l’aggiornamento ogni due anni dei livelli essenziali di assistenza perché le prestazioni che si danno alle persone devono essere adeguate ai nuovi bisogni che questa società ci pone di fronte, pensiamo alla salute mentale” – ha aggiunto la senatrice Lorenzin – “Infine, le riforme istituzionali: sono tre anni che oltre a non vedere una vera riforma da questo governo, siamo bloccati alla Camera e in Senato solo sull’autonomia differenziata e sul premierato. Possibile che dopo il Covid non abbiamo potuto fare una riflessione di aggiustamento di quello che è il federalismo sanitario, di tutte le anomalie che causano disuguaglianza nei territori?“.


