Il giornalista e scrittore, inviato di guerra in Ucraina, nel suo nuovo libro racconta un Paese che, da Kyiv a Odessa, passando per Leopoli, resiste e mostra una grande vitalità anche di fronte al conflitto, alle sofferenze e ai lutti.
Si chiama Ciliegi in fiore a Kyiv ed è un libro scritto dal giornalista Marco Lupis, inviato di guerra e oggi firma dell’Huffington Post. Un reportage dall’Ucraina, Paese martoriato dalla guerra, dai lutti e dalle sofferenze, ma anche simbolo di una resistenza e di una vitalità che emergono anche dalle storie dei suoi abitanti. Il volume è stato presentato alla Camera dei deputati, alla presenza dell’onorevole Fabio Porta (Partito democratico, membro della III Commissione Affari Esteri di Montecitorio), di Nona Mikhelidze (responsabile di ricerca dell’Istituto Affari Internazionali, IAI), di Oles Horodetskyy (presidente dell’Associazione Cristiana Ucraini in Italia) e del moderatore, Gianni Lattanzio (direttore editoriale di Meridianoitalia).
“Ormai siamo di fronte ad una guerra lunghissima e terribile, e a Putin non è rimasto altro che intensificare la pressione sui civili. La strategia di colpire le infrastrutture energetiche risponde anche alla volontà di sfiancare l’opinione pubblica ucraina, che però resiste. Qui in Italia ho sentito dire che gli ucraini non ne possono più, né della guerra né di Zelensky, ma la mia esperienza mi dice il contrario” – ha spiegato l’autore, Marco Lupis – “Tutte le volte in cui sono stato in Ucraina, in ogni zona del Paese, con o senza bombardamenti in corso, mi è capitato una sola volta, a Leopoli insieme ad un amico e collega del Corriere della Sera, Andrea Nicastro, di sentire un tassista che si lamentava di Zelensky, della guerra e della (a suo dire) eccessiva importanza data al Donbass. Per il resto, ho trovato sempre degli ucraini convinti di resistere“.
“Il problema non sono le popolazioni ucraine russofone. In Ucraina, in realtà, tutti parlano russo. Io, personalmente, negli ultimi quattro anni sono stato in otto missioni da un mese-un mese e mezzo, con un collaboratore locale che tra l’altro non era ucraino, ma moldavo, e parlava russo, senza parlare una parola di ucraino. Quando doveva per forza parlare ucraino, andava molto in difficoltà. Non abbiamo mai trovato nessuno, a qualunque latitudine, che nemmeno storcesse il naso all’idea di parlare russo, proprio perché tutti conoscono e parlano il russo. Il problema non può essere quello” – ha poi aggiunto Marco Lupis – “Noi, in Italia – e i russi lo sanno bene – siamo l’anello debole a livello politico in questa situazione di guerra. La propaganda del Cremlino è attiva e riesce a infilarsi nei meandri dell’informazione, ma anche della politica (almeno in alcuni partiti politici) e la propaganda ha così buon gioco“.


