Dopo oltre due anni di indagini, concentrate su un’azienda pugliese, era stato scoperto un traffico illecito di rifiuti. Grazie ad alcune false attestazioni dei codici riguardanti le tipologie di rifiuti, dal 2020 era partito un trasferimento illecito prima verso la Grecia e poi verso la Bulgaria, che consentiva grandi profitti grazie al risparmio rispetto a quanto stabilito dalle normative ambientali.
Sei persone arrestate, di cui quattro in carcere e due ai domiciliari, dopo la scoperta di un traffico illecito di rifiuti tra l’Italia e la Bulgaria. Ad eseguire le ordinanze di custodia cautelare, i Carabinieri del Gruppo per la Tutela dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica di Napoli, insieme ai colleghi dei Comandi provinciali di Brindisi, Bari e Salerno.
Grazie anche all’ausilio di intercettazioni, video riprese e pedinamenti, e dopo oltre due anni di indagini, è stato scoperto un continuo traffico illecito di rifiuti, compresi quelli speciali e industriali, quelli tessili e la frazione indifferenziata di rifiuti solidi urbani, che da un impianto in provincia di Brindisi, per aggirare le normative ambientali e risparmiare rispetto al corretto conferimento e smaltimento, venivano trasportati principalmente verso la Bulgaria, ma anche in Grecia.
Il tutto era avvenuto falsificando alcune certificazioni, e secondo gli investigatori il traffico illecito avrebbe generato un profitto di circa 300 mila euro, una cifra di cui è stato disposto il sequestro per equivalente, che ha interessato anche due società e ben 44 diversi automezzi. Alle indagini hanno collaborato anche le Autorità di Polizia bulgare, che hanno accertato come quei rifiuti venivano indicati come plastica e gomma (codici CER 191204) e quindi in parte recuperabili e in parte destinati all’incenerimento. In realtà, gli scarti di rifiuti industriali, compresi calcinacci, legno, pannelli coibentati, guaine e materiali tessili, quasi sempre venivano abbandonati nell’ambiente, terreni agricoli compresi.
Le indagini erano partite dopo un fatto sospetto che riguardava la società BRI Ecologia s.r.l. di Brindisi, che dal porto della città trasportava i rifiuti in Grecia e Bulgaria. Fino al 2019, l’azienda aveva dichiarato ingenti quantitativi di rifiuti misti, derivanti da trattamento meccanico (correttamente catalogati con il corrispondente codice EER 191212). Nel giro di un anno, però, la quantità di quei rifiuti, pari a oltre 143 tonnellate, si era letteralmente azzerata, in concomitanza con l’apertura dei canali esteri di smaltimento, e al tempo stesso era aumentata esponenzialmente l’esportazione dei rifiuti recuperabili con una falsa attestazione di codici. Nel maggio 2024, erano stati sequestrati tre automezzi e l’analisi della documentazione aveva consentito di scoprire l’illecito: i rifiuti, anche se indicati come tali nei certificati, erano tutt’altro che recuperabili.
Oltre ai sei arrestati, per cui sono scattate le misure cautelari per via del rischio di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove, altre otto persone risultano indagate, a vario titolo, per associazione a delinquere, attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti con l’aggravante della transnazionalità, spedizione illecita di rifiuti e gestione illecita di rifiuti.


