A Maccarese, in provincia di Roma, c’è il mandorleto più grande d’Italia, con circa 220 mila piante che si estendono su 140 ettari.
Il progetto nasce nel 2019 dall’iniziativa dell’agronoma Fabiola Fontana e intreccia tecnologia a sostenibilità e valorizzazione del paesaggio. Attraverso sensori nel terreno, irrigazione di precisione e raccolta meccanizzata, il mandorleto produce i suoi frutti con un modello produttivo che riesce a ottimizzare le risorse idriche e a ridurre le emissioni di CO2 di quasi 170 tonnellate.
Il mandorleto situato sul litorale laziale rappresenta anche un esempio di riconversione agricola del territorio, introducendo una coltura tradizionalmente diffusa nel Sud Italia, ma sempre più adatta anche alle aree tirreniche. Inoltre, i filari di mandorle – che durante la fioritura primaverile si trasformano in una distesa bianco-rosata – valorizzano il paesaggio agricolo, creando un suggestivo contrasto con il borgo e il settecentesco Castello di San Giorgio.
“Lo studio iniziale deriva dal fatto che nell’area di Maccarese non vi è una storicità per quanto riguarda la mandorlicoltura, però è stato osservato che nella differenziazione produttiva della frutta a guscio, la mandorlicoltura era quella si adattava meglio a Maccarese. L’elemento vincente di questo tipo di coltivazione è che tutte le operazioni colturali vengono eseguite meccanicamente, dalla potatura alla raccolta. La mandorla viene raccolta direttamente dalla pianta e lavorata entro le 12 ore all’interno del centro aziendale”.
“La gestione agronomica avviene tramite quella che viene definita agricoltura di precisione, l’agricoltura 4.0, dove gli input nutritivi e irrigui vengono eseguiti in maniera specifica, quindi dove serve e quanto serve e nella quantità più efficiente possibile”, ha concluso Fontana.


