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La prevenzione sismica in Italia a 50 anni dal terremoto in Friuli

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Erano le 21 del 6 maggio 1976 quando un terremoto di magnitudo 6.5 sconvolse il Friuli, causando un totale di 990 morti. Il Friuli divenne un modello assoluto sul fronte della ricostruzione, mai più replicato in seguito in Italia. Cosa ha fatto il nostro Paese in questo mezzo secolo per la prevenzione sismica? Il punto di Vincent Ottaviani, vicepresidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA).

Cinquant’anni fa il terremoto in Friuli: erano le 21 del 6 maggio 1976 quando una scossa di magnitudo 6.5, con epicentro nei pressi di Gemona (Udine), interessò oltre 120 Comuni e un territorio esteso per oltre tremila chilometri quadrati. L’Orcolat, come viene definito dagli abitanti di quei territori, causò subito un numero incredibile di crolli tra le case e l’interruzione, immediata ed estesa dell’energia elettrica.

Sul posto, in un periodo storico in cui non esisteva ancora la Protezione civile, accorsero oltre 1.500 vigili del fuoco e 558 automezzi da tutta Italia. Il bilancio finale del terremoto fu di 990 morti, tra cui quattro vigili del fuoco vittime di un tragico incidente in elicottero durante le operazioni di soccorso. Restano però le testimonianze positive, come il salvataggio di una bambina a Gemona, la prima persona ad essere estratta viva dalle macerie alcune ore dopo la devastante scossa. Inoltre, resta un vero e proprio modello di ricostruzione, secondo la linea ‘prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese’: un esempio che però, nei successivi terremoti che hanno sconvolto vari territori d’Italia, non è mai più stato replicato.

A 50 anni dal dramma del terremoto in Friuli, c’è una domanda che non può essere evitata: cosa ha fatto l’Italia, in mezzo secolo, sul fronte della prevenzione sismica?

Il terremoto di 50 anni fa che ha interessato il Friuli è stato una tragedia: una scossa di magnitudo 6.5, con una durata di ben 59 secondi, che ha lasciato 990 vittime e causato il crollo di circa 17 mila edifici. Fu un evento tragico, a cui seguì per la prima volta una gestione efficace dell’emergenza, fatto che poi ha dato via a quello che sarebbe diventato il modello-sistema di Protezione civile in Italia, uno dei migliori al mondo. Purtroppo, questo modello di Protezione civile non ha visto poi la nascita di una modalità di prevenzione del rischio sismico attraverso una corretta pianificazione sismica” – ha spiegato Vincent Ottaviani, vicepresidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA) – “La ricostruzione stessa del Friuli è stata virtuosa, tanto che oggi viene ricordata come modello Friuli, basata sul coinvolgimento dei sindaci e con la partecipazione attiva della cittadinanza. Non sappiamo se questo modello sarebbe poi stato replicabile in altre realtà italiane, ma certamente il quadro normativo e socio-economico nel frattempo è cambiato“.

Relativamente alla prevenzione, occorre considerare che dal 1968, anno del terremoto del Belice, abbiamo speso circa 150 miliardi. Per fare una corretta prevenzione sismica, servono investimenti per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio pubblico e privato, che secondo stime autorevoli ammonterebbero a circa 219 miliardi, che potrebbero essere spalmati su un trentennio, quindi con un investimento medio di circa sette miliardi all’anno. Consideriamo che solo le ultime tre catastrofi hanno determinato una spesa di circa 54 miliardi e che negli ultimi anni, con i vari bonus edilizi, abbiamo utilizzato 170 miliardi di investimenti, perdendo un’occasione unica perché sono soldi che potevano essere utilizzati per la prevenzione sismica” – ha aggiunto Vincent Ottaviani – “Il tema di una mancanza di un Piano nazionale per la prevenzione sismica è più che mai attuale, e dovrebbe coniugare sia azioni strutturali (interventi di carattere edilizio) che azioni non strutturali (tutte quelle attività che servono per garantire un comportamento adeguato ed una conoscenza ancora più approfondita per limitare il rischio sismico). Continuiamo quindi di emergenza in emergenza e di ricostruzione in ricostruzione, come in passato“.

La SIGEA evidenzia in particolare la necessità di una pianificazione territoriale, basata su solide conoscenze geologiche e in particolare sulla microzonazione sismica. Si tratta di uno studio che consente di capire dove si possano determinare accelerazioni sismiche, che possano addirittura raddoppiare gli effetti del terremoto. C’è poi l’urgenza di un programma pluriennale di adeguamento sismico del patrimonio pubblico e privato, che necessiterebbe di finanziamenti annuali consistenti per almeno 30 anni ma determinebbe anche un grande volano per l’economia nazionale” – ha concluso il vicepresidente nazionale della SIGEA – “Un altro elemento importante è la divulgazione scientifica e della formazione dei cittadini. Ribadiamo che per rafforzare la consapevolezza e la capacità di autoprotezione, bisognerebbe prevedere, a livello normativo, una quota di finanziamento con fondi minimi destinati alle attività di comunicazione, informazione e formazione, magari prelevandoli proprio dai fondi previsti per gli interventi strutturali“.

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