Dagli anni ’60 a oggi il cohousing si è sviluppato sempre di più, soprattutto nel nord Europa e negli Stati Uniti. Anche in Italia la coeresidenza si sta diffondendo come nuovo modello abitativo, più sostenibile e attento alla comunità.
Si può ripensare il concetto di abitare in chiave più sostenibile? Sì, e una delle possibilità è il cohousing.
Si parla di coresidenza (in inglese cohousing) quando un insediamento abitativo è costituito da alloggi privati corredati da ampi spazi comuni (sia coperti che scoperti) destinati all’uso collettivo e alla condivisione dei coresidenti. Solitamente, un progetto di cohousing comprende dalle 20 alle 40 famiglie che convivono in una “comunità intenzionale” di vicinato.
La forma attuale risale al 1964 dall’idea dell’architetto danese Jan Gødmand Høyer. Dagli anni ’70 la coresidenza inizia a diffondersi nell’Europa del nord, specialmente in Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Islanda. Nel decennio successivo, il fenomeno prende piede anche negli Stati Uniti, per approdare, negli anni ’90, anche in Australia.
Il concetto della proprietà privata, quindi, non riguarda tutti gli spazi dell’abitare e si fonde con quello della condivisione delle aree comuni. Uno stile di vita diverso dall’ordinario che si sta affermando come strategia di sostenibilità. Vivere in spazi comuni, infatti, può ridurre l’impatto ambientale grazie ai servizi condivisi (lavanderie, biblioteca, palestra, spazi gioco per bambini, auto condivisa) e alla costituzione di gruppi d’acquisto solidale. Inoltre, la coresidenza può agevolare la socializzazione e la mutualità tra le persone, fattori preziosi in un mondo sempre più veloce e digitalizzato, che spesso si tramuta in un elogio dell’individualismo.
Cohousing e Comunità Energetiche Rinnovabili: una sinergia ideale
Dal punto di vista energetico, il concetto del cohousing si può integrare a quello delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), che permettono a cittadini, imprese e amministrazioni di produrre, consumare e condividere energia rinnovabile su scala locale.
Questo stile di vita basato sulla condivisione e sull’ecologia non si trova solo all’estero. Anche in Italia esistono esempi virtuosi di coabitazione. A Forlì, in Emilia-Romagna, c’è “LeCasefranche”, un cohousing rurale composto da 18 famiglie che dal 2017 offre alloggi indipendenti in bioedilizia, con spazi comuni e un parco pubblico gestito dalla comunità. “Il Fragolone” si trova a San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, e dal 2014 è abitato da 12 nuclei familiari che condividono una pompa di calore alimentata da pannelli solari e un sistema di recupero dell’acqua piovana, oltre a sala comune, lavanderia e giardino.
Nuove forme di abitare per combattere la solitudine
Ripensare l’abitare è un atto di cambiamento culturale e di attenzione per l’essere umano, veicolata attraverso una forma innovativa di welfare che poggia sulla comunità. A trarre beneficio da questa nuova forma abitativa potrebbero essere anche gli anziani, soprattutto in Paesi come l’Italia in cui il tema della solitudine è crescente, specialmente nella fascia d’età più avanzata.
Tra i principali esempi di cohousing per anziani in Italia ci sono: Villaggio Novoli, a Firenze, in cui si favorisce lo scambio intergenerazionale con case che integrano anziani e studenti; Torre Gaia, nell’omonimo quartiere di Roma, è un progetto promosso da Roma Capitale per condividere compiti e creare una rete di supporto in un immobile confiscato alla mafia; Solidaria, a Ferrara, in cui si sostiene la socialità e il mutuo aiuto.


