La prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, tenutasi in Colombia, ha dimostrato che la vera cooperazione internazionale e le spinte dal basso ormai sono molto più efficaci delle COP dell’Onu sul clima. Per questo, il prossimo appuntamento a Tuvalu nel 2027 potrebbe rappresentare una nuova occasione storica. Il punto di Elisa Sermarini, di GEA – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale, presente a Santa Marta, e del direttore della Scuola GEA, Giuseppe De Marzo.
La prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, tenutasi alla fine di aprile a Santa Marta, in Colombia, ha dimostrato chiaramente come le spinte dal basso e una vera cooperazione internazionale capace di unire tutte le realtà sociali anche a livello locale, siano ormai decisamente più efficaci di qualsiasi COP dell’Onu sul clima.
Con la nuova uscita degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi per volere del solito Donald Trump, auspicare un phase-out dai combustibili fossili era apparso un’utopia, come dimostrano anche i timidi risultati ottenuti dalla COP29 in Azerbaigian e dalla COP30 in Brasile. A Santa Marta, invece, tutto è nato non da un organismo internazionale, ma dalla volontà comune di oltre 50 diversi governi e soprattutto di ricercatori, ong, gruppi indigeni e movimenti sociali.
Oltre alla reale collaborazione tra tutti i protagonisti, a pesare è stato anche il pragmatismo. Non si è deciso di fissare nuovi obiettivi difficilmente raggiungibili, ma sono state gettate le basi per arrivare a quanto già stabilito durante la COP28 di Dubai, e cioè un phase-out progressivo dei combustibili fossili come petrolio, gas e carboni, unica condizione per raggiungere gli obiettivi degli Accordi di Parigi. Non c’è dubbio che Santa Marta abbia garantito progressi maggiori di quanto visto a Baku o a Belém, ed è per questo che si sta già lavorando quotidianamente in vista del prossimo appuntamento. La prossima Conferenza internazionale per l’uscita dai combustibili fossili, non a caso, è stata fissata per il 2027 a Tuvalu, Stato insulare della Polinesia che ha dichiarato l’emergenza climatica di fronte al rischio concreto di essere sommerso e cessare la propria esistenza.
Il bilancio finale di Santa Marta è più che positivo e fa ben sperare in vista dei prossimi lavori e dell’appuntamento di Tuvalu, come spiegano alcuni dei protagonisti italiani che hanno lavorato a lungo per arrivare alla Conferenza tenutasi in Colombia: Elisa Sermarini e Giuseppe De Marzo, della Scuola GEA di Giustizia Ecologica e Ambientale.
“La prima cosa che mi sento di dire è che, dall’Assemblea dei Popoli, come dal segmento di alto livello a Santa Marta, ciò che è emerso è che gli istituti internazionali vanno ripensati laddove non sono più adeguati alle sfide del presente. È plastica la risposta che stiamo vedendo da parte delle Nazioni Unite, delle COP, rispetto alla guerra, al collasso climatico e all’insufficienza che sono stati in grado di mettere in campo rispetto alla produzione di una pace concreta e duratura” – ha spiegato Elisa Sermarini di GEA – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale – “Durante la plenaria, il presidente della Repubblica di Colombia, Gustavo Petro, ha detto che la storia non la fanno gli Stati, ma i popoli, che unendosi con la loro forza obbligano gli Stati a cambiare le loro posizioni. Questa è una cosa a cui in Europa siamo stati disabituati, anzi, quelle che in Italia sono le nostre posizioni, considerate come marginali e di sognatrici e sognatori, a Santa Marta sono state il centro del mondo. Chi ci diceva che eravamo marginali, oggi improvvisamente si rende conto che rappresentiamo un terzo della popolazione mondiale, un terzo dei consumi dell’energia e un terzo del Pil mondiale. Quindi, forse, così marginali non siamo“.
“Avevamo ragione, la ministra colombiana dell’Ambiente, Irene Velez Torres, durante l’apertura del segmento di alto livello ha ricordato come Santa Marta prende il testimone da un movimento che 25 anni fa diceva che un altro mondo era possibile. Da Santa Marta abbiamo detto che un altro mondo è possibile al di là dei combustibili fossili, dobbiamo eliminarli, andare oltre. Solo così un altro mondo sarà possibile, un mondo in grado di mettere insieme il diritto a una vita dignitosa di tutti gli esseri viventi che abitano Madre Terra, il diritto al lavoro, alla salute, la cooperazione internazionale, il tutto in un momento in cui questa viene bombardata letteralmente da chi pensa di poter fare affari sulla vita delle persone, dei popoli e di Madre Terra solo per garantire i propri interessi” – ha aggiunto Elisa Sermarini – “È stato un segnale fortissimo, è un primo momento, la speranza è ancora più forte perché non è finita a Santa Marta. Ci rivedremo l’anno prossimo a Tuvalu, il primo Stato a dichiarare l’emergenza climatica perché saranno destinati a sparire se le condizioni attuali non cambieranno. In collaborazione con l’Irlanda, l’anno prossimo co-ospiteranno il secondo appuntamento“.
“Non aspetteremo un anno per riparlarne, c’è già una agenda di lavoro condivisa, c’è una dichiarazione dei popoli che in 15 punti definisce cosa significa riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica e che cosa no. Questo ci è di grandissimo aiuto nel momento in cui è necessario dire che non c’è una strada italiana alla riconversione, non c’è una strada dei singoli Paesi alla riconversione” – ha poi continuato la responsabile di GEA – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale – “La riconversione o viene fatta in cooperazione, in modo multilaterale e con una alleanza sempre più grande, oppure non funzionerà. O viene coprogrammata e coprogettata con le comunità che abitano i territori, oppure non funzionerà. Non si tratta di parlare di ecoefficienza, e quindi di cambiare la tecnologia attraverso cui produciamo energia, ma si tratta di parlare di ecosufficienza. Il Nord del mondo deve ridurre i propri consumi e ristabilire un sistema di equilibrio e di equità tra Nord e Sud del mondo“.
“Abbiamo una agenda già scritta, continueremo i lavori all’interno dei gruppi di lavoro da remoto, ma soprattutto continueremo i lavori all’interno dei singoli Paesi. Noi, come Scuola GEA, abbiamo lanciato a gennaio la campagna italiana per il trattato di non proliferazione dei combustibili fossili” – ha concluso Elisa Sermarini – “Lavoreremo in collaborazione con gli Enti locali, portando il trattato di non proliferazione al livello più prossimo ai cittadini e alle cittadine perché le scelte internazionali devono parlarsi e tenersi insieme con le scelte locali. Solo così potremo produrre quel cambiamento culturale inevitabilmente necessario per una reale riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica“.
“Questo appuntamento ha rappresentato un momento storico per tutta l’umanità, Santa Marta rappresenta l’unica speranza per l’umanità. Perché da un lato abbiamo il modello che ci porta a Hormuz, quindi aumento delle diseguaglianze, crisi ecologica, guerre, ceti popolari e ceti medi che si impoveriscono. Dall’altra parte abbiamo l’alleanza nata a Santa Marta, tra 56 governi, duemila realtà sociali, 500 popoli indigeni e la scienza. Un’alleanza tra scienza, natura ed etica, che dice all’umanità che non abbiamo più la possibilità di estrarre fossili dal nostro Pianeta se vogliamo rimanere in vita su questo Pianeta” – il punto di Giuseppe De Marzo, giornalista, economista e direttore della Scuola GEA – “Nasce quindi un’allenza molto concreta, che agisce attraverso accordi, scambi di tecnologie e soprattutto un trattato di non proliferazione che diventerà vincolante fra un anno a Tuvalu, dove questa alleanza di cui siamo tutti parte si ritroverà per dar vita a un’alternativa reale della Terra che parte dal non utilizzo dei fossili, dalla consapevolezza che abbiamo bisogno di lasciare sotto terra gli idrocarburi e cambiare il modello se vogliamo garantire lavoro e salute per tutti“.


