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ETS, quale futuro per l’Italia e le sue imprese?

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In vista della revisione dell’ETS da parte della Commissione europea, prevista per il prossimo 15 luglio, ECCO – il think tank italiano per il clima, ha affrontato con rappresentanti politici e istituzionali ed esperti tecnici tutti i possibili sviluppi e le conseguenze che questa potrà avere sulle imprese italiane.

Alla vigilia del Consiglio europeo del 18 e del 19 giugno, e in vista della revisione dell’ETS da parte della Commissione europea, prevista per il prossimo 15 luglio, il sistema comunitario che regola il mercato delle emissioni di CO2 torna prepotentemente al centro del dibattito politico. L’Emissions Trading System viene fortemente criticato dal governo e dalle imprese italiane, che lo ritengono una delle principali cause del caro energia e ne chiedono la sospensione. Chi invece sostiene l’ETS lo ritiene una necessità per una politica climatica ed energetica europea, e che l’impatto sui prezzi dell’elettricità è marginale rispetto a fattori strutturali o derivanti da crisi geopolitiche.

Per questo motivo, alla Camera dei deputati, ECCO, il think tank italiano per il clima, ha organizzato un evento in cui esponenti politici e istituzionali, rappresentanti delle imprese ed esperti tecnici si sono confrontati sulle conseguenze che la revisione dell’ETS potrà avere sulle imprese, sul settore energetico, sulla finanza pubblica e sulla sicurezza energetica e geopolitica dell’Italia. L’incontro è stato ospitato dall’onorevole Sergio Costa, deputato del Movimento 5 Stelle, vicepresidente della Camera e già ministro dell’Ambiente.

Intanto, ricordiamo che l’Emissions Trading System è già una realtà europea: l’ETS 1, proprio perché si sta ragionando in Europa per allargare il sistema al cosiddetto ETS 2, ad altri soggetti inquinanti. Il tema è che a luglio è già previsto, da una norma europea, che venga rivisitato, semplicemente perché è una previsione normativa. C’è una sorta di procedura di assestamento dell’ETS che non è su richiesta di uno Stato, che sia l’Italia o che sia un altro Stato, come invece qualcuno (e qui, in particolare, il governo) sta dicendo, ma è una procedura già prevista. Ed è ovvio che sia così, si tratta di un percorso che deve servire a calibrare bene le esigenze” – ha spiegato Sergio Costa, deputato del Movimento 5 Stelle e vicepresidente della Camera – “Quali sono le esigenze? Far pagare chi inquina, ma per avere in cambio risorse supplementari per quelle aziende che invece vogliono investire sul green e quindi cambiare il sistema produttivo. Ci sono già aziende, in Europa e in Italia, che godono già dell’ETS, ovviamente a scapito di quelle che inquinano“.

Se il tema è quello di bloccare o sospendere l’ETS come chiede il governo, non ha senso, perché stai favorendo quelle che inquinano e stai sfavorendo quelle che già adesso non inquinano. Si rischia di creare un sistema che si rompe di colpo, invece la logica è tutt’altra: visto che ha cubato già 18 miliardi di euro negli ultimi anni, e che solo il 9% di questi 18 miliardi è stato assegnato alle aziende che non inquinano e che fanno il Green Deal, la logica sarebbe di dare queste risorse alle aziende che davvero si impegnano per la transizione ecologica. Se invece lo sospendi o lo interrompi, tu stai dicendo alle aziende che si sono impegnate finora, anche italiane e non solo straniere, che hanno fatto una stupidaggine e che era meglio non impegnarsi e continuare col fossile” – ha aggiunto l’onorevole Sergio Costa – “A luglio verrà proposta la rivisitazione di tipo tecnico, ma con questo intento. Anche perché è una linea che l’Europa è convinta di portare avanti, quasi tutti i Paesi tranne l’Italia sono convinti e io credo che invece potremmo allinearci, fare un buon lavoro e fare in modo che queste risorse vengano spese davvero per la transizione ecologica“.

Dalla nota di inquadramento, distribuita dalla Commissione europea prima del dibattito orientativo degli scorsi giorni, in realtà non si prevedono grandi estensioni, se non quelle già previste dalla norma, come gli impianti di incenerimento, una valutazione dell’inclusione degli impianti sotto i 20 Megawatt che attualmente sono in ETS 2, o l’estensione al settore dell’aviazione e quello marittimo. Niente più di questo, tanto che in questa nota si sottolinea che il settore dell’agricoltura, che per lungo tempo era uno di quelli che avrebbe dovuto entrare a tutti gli effetti in questo mercato, non sarà invece incluso” – il punto di Chiara Di Mambro, direttrice Strategia Italia ed Europa di ECCO – “In questo momento, gli Stati membri che più si oppongono agli ETS sono quelli che non sono mai stati davvero esposti, in un certo senso, al prezzo intero della CO2. Ci sono state diverse deroghe nazionali e meccanismi per consentire a tutti gli Stati membri di avvicinarsi a questo sistema. Nel momento in cui si avvicinano a questo sistema, vedono prezzi alti ed ecco che arriva anche un’opposizione, che però non è giustificata. L’ETS è stato rivisto in modo importante molte volte e i metodi di assegnazione garantiscono che chi si muove prima, possa giovare di assegnazioni più generose“.

In questo senso, le imprese italiane vantano le migliori performance d’Europa, per cui continuare ad andare in quella direzione, e farlo in modo tale che elementi di politica industriale come le quote gratuite siano utilizzate proprio come leve d’investimento, è ciò a cui il sistema dovrebbe puntare” – ha aggiunto Chiara Di Mambro – “Fermo restando la necessità di garantire una certa liquidità e soprattutto una stabilità dei prezzi, che è l’unica garanzia per gli investimenti e il vero elemento distintivo di questo sistema. In questo mondo di incertezze che arrivano dai prezzi dell’energia, dall’estero e quant’altro, l’ETS resta un caposaldo da sfruttare“.

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