Svolta decisiva in Francia: approvato un disegno di legge volto a limitare i rivenditori online di ultra fast fashion come Shein, Temu e AliExpress. Ecco cosa prevede.
Dopo oltre due anni e mezzo di un intenso iter parlamentare, la Francia si prepara ad adottare definitivamente una legge contro la cosiddetta moda “ultra fast fashion“. Lunedì 29 giugno il Senato ha approvato quasi all’unanimità la versione definitiva della proposta di legge che punta a frenare l’espansione della moda ultra-rapida attraverso una serie di misure che comprendono penalità economiche, obblighi informativi per i consumatori e il divieto di pubblicità.
“Tre piattaforme incarnano questa ondata. I loro nomi, sconosciuti fino a tre anni fa, oggi sono sulla bocca di tutti i francesi: Temu, Shein e AliExpress“, dichiara il ministro del Commercio, Serge Papin.
🔴📦 Ultra fast fashion : la taxe sur les petits colis suspendue “C’est une suspension tactique”, affirme @SergePapin_rf sur TF1 pic.twitter.com/ObeAE4gm1b
— TF1Info (@TF1Info) June 30, 2026
Il settore tessile è responsabile di quasi il 10% delle emissioni mondiali di gas serra e la moda ultra-rapida ha saturato il mercato francese. Questa legge segna quindi una svolta decisiva e l’inizio di un cambiamento.
Non si parla più solo di brand di fast fashion ma anche di ultra fast fashion, come Shein e Temu. La differenza sta nei tempi di produzione e nei volumi: mentre la moda veloce classica rinnova le collezioni ogni poche settimane, l’ultra fast fashion digitalizza l’intera filiera immettendo sul mercato decine di migliaia di nuovi capi al giorno a prezzi stracciati.
Cosa prevede la legge
La nuova legge si basa sul principio del “chi inquina paga”, ovvero i marchi di ultra fast-fashion dovranno versare penalità per ogni prodotto venduto, in funzione del loro impatto ambientale: più un capo è considerato inquinante, più alta sarà la contribuzione. Le somme raccolte serviranno a finanziare il riciclo e la riparazione dei vestiti e a sostenere i marchi più rispettosi dell’ambiente.
Le sanzioni potranno raggiungere fino a 20 euro per singolo articolo entro il 2030, con un tetto massimo pari al 50% del prezzo del prodotto.
Le aziende interessate saranno inoltre obbligate a pubblicare sui propri siti messaggi che incoraggino il riutilizzo, la riparazione e un consumo più sobrio. Al momento della conferma del carrello, i consumatori vedranno anche avvisi sull’impatto ambientale dei prodotti che stanno per acquistare.
Il provvedimento vieta anche la pubblicità delle imprese di ultra fast fashion, come affissioni, televisione, internet o pubblicità mirata, compresa quella realizzata attraverso influencer e creator digitali. Infatti, le promozioni realizzate sui social network, in particolare i video di “haul”, saranno vietate dal 1º gennaio 2027. Gli influencer che non rispetteranno queste regole rischieranno pesanti multe, fino a 100.000 euro.
Resta però un’incertezza sulla data di applicazione di questo divieto: la Commissione europea ha già espresso riserve sulla sua conformità al diritto dell’Unione, in particolare per quanto riguarda le norme sulla pubblicità.
La deputata centrista Anne-Cecile Violland, promotrice del testo, ha difeso l’approccio adottato. “Sono a mio agio nel dire che, in una prima fase, colpiamo molto duramente Shein e che questa è solo la prima tappa“, ha dichiarato. Nonostante le controversie, la relatrice del testo al Senato, Sylvie Valente Le Hir, si è detta fiduciosa sull’approvazione definitiva della legge, sottolineando che “tutto è pronto” perché il provvedimento venga adottato e che il governo intende pubblicare rapidamente i decreti attuativi necessari per renderlo operativo.
Le @Senat vient d’adopter définitivement le texte visant à mieux encadrer l’impact environnemental de l’industrie textile.
Nouveaux critères, pénalités renforcées : Sylvie Valente Le Hir présente les principales mesures qui permettront de lutter plus efficacement contre les… pic.twitter.com/cRnOtEeEDQ
— Les Républicains Sénat (@lesRep_Senat) June 29, 2026
Shein, dalle condizioni drammatiche dei lavoratori a sostanze chimiche pericolose negli abiti
Il documentario “Untold: Inside the SHEIN Machine”, realizzato dall’emittente britannica Channel4, con la reporter Iman Amrani, parla delle condizioni di lavoro in due fabbriche che producono per il brand nella provincia cinese di Guangzhou, portando alla luce le condizioni dei lavoratori che producono i capi del colosso di moda ultra-rapida
Untold mostra alcuni video e audio registrati di nascosto all’interno delle fabbriche: qui i dipendenti lavorano fino a 18h giornaliere, con un giorno di riposo al mese. Il salario mensile di base è di 4000 yuan, circa 540 euro, per almeno 500 capi al giorno, ma la prima mensilità viene trattenuta dalla fabbrica. La paga può essere anche al pezzo, per circa 4 centesimi di euro al capo, ma se fallato, 2/3 della stessa viene detratta. Le telecamere nascoste di Untold riprendono persino operaie che, per mancanza di tempo, si lavano i capelli in fabbrica durante la pausa pranzo.
Tre anni dopo la sua ultima indagine, l’organizzazione ambientalista Greenpeace è tornata ad analizzare 56 capi con l’inchiesta “Shame on you, Shein!”, scoprendo che circa un terzo degli indumenti testati (18 su 56) contiene sostanze pericolose oltre i limiti stabiliti dal Regolamento europeo per le sostanze chimiche (REACH), inclusi vestiti per bambini.
Greenpeace ha rilevato plastificanti ftalati e PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni” dalle proprietà idrorepellenti e antimacchia, noti per la loro correlazione con cancro, disturbi riproduttivi e della crescita, indebolimento del sistema immunitario.
Sono esposti al rischio i lavoratori e l’ambiente nei Paesi di produzione, ma anche i consumatori finali attraverso il contatto con la pelle, come è successo,ad esempio, ad una ragazza britannica dopo aver acquistato un top sull’e-commerce cinese una che gli ha causato una grave ustione sulla schiena. Ma anche il sudore o l’inalazione delle fibre degli indumenti che, una volta lavati o gettati via, possono inoltre contaminare il suolo e i fiumi ed entrare nella catena alimentare.
Già nel 2022 Greenpeace aveva trovato sostanze chimiche pericolose oltre i limiti legali stabiliti dall’UE nei prodotti Shein: l’azienda, dopo l’indagine, aveva ritirato gli articoli, impegnandosi a migliorare la gestione delle sostanze chimiche. Ma le nuove analisi hanno dimostrato che il problema permane.


