Bioarchitettura, Grottaferrata si rigenera con un nuovo modello di sostenibilità

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di Giorgia De Vita

Nella prestigiosa cornice di Palazzo Wedekind a Roma, si è svolto il convegno internazionale e giornata di studio “Ecohabitat rigenerato. Vivere, lavorare e fare ricerca nella biosfera. L’esempio di Grottaferrata”, promosso da TeleAmbiente. L’iniziativa ha riunito accademici, istituzioni, professionisti ed esperti per riflettere sul futuro dell’abitare sostenibile e sul ruolo della bioarchitettura nella risposta al cambiamento climatico.

Nel corso dell’evento organizzato dalla Fondazione Italiana di Bioarchitettura in collaborazione con l’Università LUMSA, i corsisti del Master di II livello “Bioarchitettura. Consulenza e certificazione energetica”, guidati dalla prof.ssa Wittfrida Mitterer e dal prof. Joachim Eble, architetto tedesco e riferimento per l’urbanistica sostenibile europea, hanno presentato i progetti per la rigenerazione di nove ettari di verde nei Castelli Romani, un’area a vocazione agricola destinata a diventare un innovativo hub della sostenibilità.

Il progetto si ispira ai principi del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, di cui TeleAmbiente è ambasciatore da oltre sei anni, proponendo un modello in cui ricerca, natura, innovazione e qualità della vita convergono in un’unica visione di sviluppo.

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Filo conduttore degli interventi, moderati dal giornalista parlamentare e direttore di TeleAmbiente Stefano Zago, è la convinzione condivisa che la sostenibilità non possa più essere considerata un semplice obiettivo ambientale, ma debba rappresentare un nuovo paradigma culturale capace di ridefinire il modo di progettare, costruire e vivere gli spazi.

Ad aprire la riflessione è stato il magnifico rettore dell’Università, il prof. Francesco Bonini, che ha posto l’accento sulla necessità di affiancare alle innovazioni tecnologiche una nuova visione culturale e politica della trasformazione urbana: “Proprio i cambiamenti climatici che sono sotto i nostri occhi dimostrano quanto urgente sia ripensare il nostro modo di costruire e il nostro modo di abitare. Oggi abbiamo delle possibilità tecniche e tecnologiche straordinarie, ci manca un disegno culturale e politico e quindi amministrativo. L’impegno che l’Università ormai da 16-17 anni si è assunta con il Master è proprio quello di tenere insieme tutte queste dimensioni, proprio per arrivare ad un’architettura che sia compatibile ma nello stesso tempo che riesca ad innovare e che riesca a modificare il patrimonio abitativo. Non abbiamo bisogno di nuove costruzioni, abbiamo bisogno di rigenerare il costruito proprio per rigenerare le comunità locali e quindi per dare corpo a quell’idea di bene comune che alla fine oggi è assolutamente urgente per lo sviluppo delle società democratiche a tutti i livelli.”

Su questa stessa linea si è collocato anche il bioarchitetto Egidio Raimondi, presidente della Fondazione Architetti Firenze, secondo il quale la progettazione contemporanea deve mettere al centro la salute delle persone e la capacità dell’edilizia di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico: “Un progetto che non tenga conto di questo oggi è un progetto anacronistico, quindi deve per forza tener conto dell’uso razionale delle risorse, quindi sole, acqua, biomasse, e deve tener conto del comfort abitativo delle persone che vivono negli spazi chiusi più dell’80-90% del tempo, del loro tempo di vita. Bisogna fare spazi che siano salubri, che siano confortevoli e che contrastino il cambiamento climatico che nonostante qualche negazionismo c’è. Quindi è importante usare non soltanto i materiali giusti, le tecniche giuste, ma avere proprio un cambio di paradigma. Va fatta proprio una conversione ecologica verso questo nuovo modo di pensare tutto il mondo e quindi anche l’architettura, la progettazione e la realizzazione soprattutto.”

In questo quadro si inserisce anche l’intervento dell’On. Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei Deputati, che ha posto l’attenzione sull’ equilibrio tra innovazione e rispetto degli ecosistemi: “Sarebbe ideale cercare di approvvigionarsi secondo l’utilizzo di materiali naturali, sempre facendo attenzione alla capacità di vederli anche rigenerati dopo averli consumati, quindi mettendo una soglia di equilibrio per evitare di desertificare il pianeta dai materiali naturali. Però certamente si stanno commettendo e si sono commessi errori nell’edilizia contemporanea, quando si è dato il via a materiali che o non sono affatto naturali o lo sono in minima parte. Bisogna magari aggiornare, aggiornare anche le tecnologie, ma comunque ispirarsi a quei modelli invece di rischiare di sottomettere la natura ai propri capricci e ai propri vezzi ideologici, perché oltretutto sono la garanzia, quando si va a trasformare il territorio, di un basso impatto ambientale, perché tu entri nell’ambiente senza che l’ambiente venga deturpato. Quindi la sfida anche di chi progetta, è la sfida di fare un oggetto bello che però sia bello in quanto tale, non particolarmente eclatante, visibile, scenico. Bisogna essere capaci di stare al proprio posto e rispettare la magnificenza dell’universo, dello spazio, della terra. Quindi, meno si vede una cosa e più chi la progetta ha fatto bene il suo lavoro”

A rafforzare questa prospettiva è intervenuto anche Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde, sottolineando come la bioarchitettura oggi rappresenti uno degli strumenti più efficaci per affrontare il riscaldamento globale: “La bioarchitettura è una cosa antica, la sostengo da qualche decennio, da quando abbiamo cercato di rilanciare anche a livello di pubblica amministrazione l’importanza e il ruolo del saper costruire, che tra l’altro è una tradizione italiana. Oggi a maggior ragione questo deve avvenire quando parliamo di avere case più efficienti, che quindi impattano di meno sull’ambiente, e impattano di meno sulla bolletta personale che uno paga per i costi di una casa. Poi l’altro grande tema è il tema del cambiamento climatico. È evidente che noi dobbiamo essere capaci di costruire tenendo conto di cosa sta succedendo, tenendo conto che abbiamo un clima che sicuramente sarà diverso, e quindi dobbiamo imparare a usare al meglio tutto ciò che Madre Natura poi ci mette a disposizione. Quindi bioarchitettura significa anche ingegneria naturalistica quando facciamo gli interventi, significa per esempio usare al massimo la ricchezza delle piante per l’ombreggiatura, meno aria condizionata, o meglio ci sarà l’aria condizionata perché serve, ma facciamo in modo che quell’aria condizionata naturale, che nelle città è fatta dagli alberi che abbattono anche di 10–20 °C la temperatura percepita, è un essenziale elemento di risanamento e della nuova urbanistica.”

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Tra i pilastri della transizione ecologica è emerso con forza anche il tema dell’efficienza energetica.

Per Claudio G. Ferrari, presidente di Federesco, l’associazione che riunisce, tutela e supporta le Energy Service Company italiane, il risparmio è la prima fonte di energia: “Il tema della sostenibilità è un tema molto complesso che è strettamente collegato all’energia, non è un tema avulso dall’energia. Fino ad oggi non si è mai voluto guardare le tematiche della riduzione dei consumi, si è sempre guardato la produzione dell’energia. Il comune denominatore è non consumarla e consumarne il meno possibile, quindi intervenire con interventi che riducano i consumi energetici sia nel campo edilizio, e quindi questo convegno evidentemente è perfettamente in linea con gli accenni precisi a tipologie di materiali che riducono i consumi. Noi da 20 anni, anzi da 30 anni, portiamo avanti il concetto dell’efficienza energetica che è comunque alla base ed è trasversale a qualsiasi tipo di produzione energetica”.

La rigenerazione urbana, tuttavia, non riguarda soltanto edifici ed efficienza energetica. Nel corso del convegno è emersa con chiarezza la necessità di ampliare il concetto di sostenibilità fino a comprendere gli aspetti sociali, economici e culturali che determinano la qualità della vita.

Come ha evidenziato l’Arch. Patrizia Colletta, già presidente del Comitato Qualità Urbana di Roma Capitale, “non c’è dubbio che oggi per parlare di sostenibilità è necessario includere tutte queste dimensioni sociali, economiche, assolutamente passare dalla dimensione ambientale a quella più olistica e multidisciplinare, perché è l’essenza stessa della sostenibilità avere in sé connesse tutte queste diverse dimensioni.Così come quando si parla di rigenerazione urbana non si può pensare soltanto ed esclusivamente alla rigenerazione architettonica, ma è necessario pensare ad un progetto di rigenerazione urbana che includa i processi sociali, l’inclusione sociale, la giustizia sociale, tutti i temi che rendono migliore la qualità della vita e quindi la qualità della città.”

Una riflessione che trova continuità nelle parole della professoressa Wittfrida Mitterer, presidente della Fondazione Italiana Bioarchitettura e direttrice del Master: “È per noi, sicuramente, un’occasione unica per sperimentare un modello abitativo insediativo che ha una valenza architettonica ma anche urbanistica. In particolar modo, ci tengo a sottolineare che una bella piazza non è un insieme di belle architetture, ma è l’equivalente della qualità delle relazioni di queste architetture tra di esse. Per cui se io in un posto trovo un significato, io ho anche piacere di mettere le mie radici. Quando metto le radici dico immobile, perché immobile è un edificio, un qualcosa di edificato che tiene le radici, che non può essere spostato a piacere e che soprattutto non è progettato per essere un mobile. Quindi è un immobile con le radici.”

Anche l’Ing. Stefano Giovenali, presidente dell’ordine degli ingegneri della provincia di Roma, ha evidenziato come la rigenerazione coinvolga l’intero sistema urbano, superando la sola dimensione edilizia per comprendere temi come la mobilità e la resilienza delle città: “Un progetto di rigenerazione è sicuramente un elemento che consente di vivere meglio, dà come effetto finale di vivere meglio, e quindi l’importanza è evidente. È il futuro, è quello che può rendere la città, qualsiasi luogo, più vivibile, più accogliente, più resiliente, più sicuro. Ma non è solo un problema di edilizia. Noi oggi abbiamo parlato prevalentemente di un aspetto, il problema ambientale è molto più complesso. Nella mia esperienza, che è anche quella nel settore della mobilità, ovviamente il tema è il cambiamento di modo di vivere la città. È un cambiamento in cui l’industria nel settore automobilistico non ha ancora compreso quale potrebbe essere il veicolo per il futuro per la mobilità urbana.” 

Accanto agli aspetti progettuali, il convegno ha evidenziato anche la necessità di trasformare le sperimentazioni in modelli capaci di orientare le politiche pubbliche e accompagnare il percorso di transizione ecologica del Paese.

In questa prospettiva l’architetto Giuseppe Rizzuto, direttore di ITACA , l’Istituto per l’Innovazione e Trasparenza degli Appalti e la Compatibilità Ambientale, ha sottolineato il valore di iniziative come quella di Grottaferrata nel consolidare esperienze replicabili e favorire una crescente attenzione istituzionale verso la sostenibilità: “Il progetto e la realizzazione che c’è stata è un pezzo di un cammino che il nostro Paese sta vero, non velocemente, ma comunque sta portando avanti. È un punto di riferimento, è un momento in cui, diciamo così, si concretizzano degli investimenti, si concretizzano delle realtà importanti e sicuramente faranno e saranno da monito per tutte le altre iniziative in corso. È un percorso che purtroppo in qualche modo non è sostenuto tantissimo dalla politica, però si sta avvicinando, si sta avvicinando sempre di più perché i problemi li vediamo un po’ tutti i giorni.”

Dal confronto emerso a Palazzo Wedekind prende forma una visione condivisa, la bioarchitettura non rappresenta soltanto un’evoluzione delle tecniche costruttive, ma un nuovo modo di concepire il rapporto tra uomo, ambiente e comunità.

Rigenerare significa intervenire non solo sugli edifici, ma sui territori e sulle relazioni sociali che li abitano, restituendo centralità alla qualità della vita. In questa prospettiva, la sostenibilità diventa finalmente un criterio concreto di progettazione e sviluppo, capace di orientare il futuro.

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