Dal Green Deal ai vari passi indietro nelle politiche ambientali e climatiche: la nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen ha sconfessato la precedente Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen.
Dal Green Deal ad un lungo dietrofront nelle politiche ambientali e climatiche. L’Unione europea, con l’attuale Commissione von der Leyen, sta sconfessando sé stessa, proprio a cominciare dall’ambizione climatica della Commissione precedente, sempre guidata da Ursula. E non dipende solo dalla nuova composizione del Parlamento europeo, nettamente più a destra rispetto alla scorsa legislatura, né dei vari commissari europei.
Era il novembre 2023 quando il Parlamento europeo bocciò per la prima volta il regolamento, proposto da Ursula von der Leyen e poi ritirato, che puntava a dimezzare i pesticidi chimici in agricoltura entro il 2030, vietandoli nel tutto in aree ‘sensibili’ come quelle della rete Natura 2000 o nei luoghi pubblici frequentati da bambini. Da quel momento, anche sulla spinta delle proteste degli agricoltori, che avevano invaso le capitali europee, a cominciare da Bruxelles, con i loro trattori, anche il resto della strategia Farm to Fork è andato sgretolandosi. Le proteste contro la Politica agricola comune (Pac), che garantiva fondi alle imprese agricole solo adottando misure a tutela dell’ambiente e della biodiversità, alla fine avevano costretto la Commissione europea a rimuovere gli obblighi e introdurre un semplice meccanismo di incentivi supplementari.
Il regolamento europeo sul ripristino della natura (Nature Restoration Law), che obbliga gli Stati membri a ‘curare’ il 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030, è invece stato approvato, ma con varie deroghe e con una maggiore flessibilità rispetto a quanto previsto inizialmente. Merito, si fa per dire, di una netta opposizione in Consiglio Ambiente di alcuni Paesi, Italia compresa. Dopo le elezioni europee del 2024, Ursula von der Leyen è dovuta scendere a compromessi con i gruppi di destra ed estrema destra pur di confermarsi alla guida della Commissione europea, accettando di smantellare gradualmente il Green Deal, e introducendo i cosiddetti pacchetti Omnibus, che allentano gli oneri normativi e burocratici riducendo i costi per le imprese, non più così obbligate a investire nella transizione energetica e nella sostenibilità.
Diversi gli esempi in tal senso. Il regolamento contro la deforestazione importata, che punta a ridurre la deforestazione in altri Paesi causata dalla produzione di beni importati nell’Unione europea, è stato rinviato più volte, con una proroga ulteriore per le piccole imprese. Ci sono poi semplificazioni generali, ma non poco impattanti, delle normative ambientali, che prevedono autorizzazioni più veloci per i progetti industriali, anche se potrebbero interessare due direttive cruciali per la tutela della biodiversità, la direttiva Habitat e la direttiva Uccelli. Non si esclude, poi, un allentamento delle normative sull’acqua, sui rifiuti, sulle emissioni industriali, sugli impianti di combustione e perfino sull’obbligo di responsabilità dei produttori, che finora era estesa a tutto il ciclo di vita dei prodotti. Il tutto, mentre un altro Omnibus consente una durata illimitata delle autorizzazioni dei pesticidi in alimenti e mangimi per animali.
La vera vittima del dietrofront europeo, però, è senza dubbio il clima. Nel continente in cui era stata maggiore l’ambizione climatica a livello mondiale, l’obiettivo net zero per le emissioni di CO2 per i veicoli immessi sul mercato dal 2035 è stato rivisto, passando dal 100 al 90%. In pratica, la messa al bando dei motori a combustione interna, prevista per il 2035, è stata rimandata e sarà probabilmente rivista, nonostante la Commissione europea avesse smentito più volte, ufficialmente, di voler mettere in discussione quell’obiettivo. Per adesso, l’ambizione di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e l’obiettivo intermedio al 2040 non sono in discussione, ma ci sono già diverse nuove deroghe come quelle relativi ai crediti internazionali di carbonio o il ventaglio, molto discrezionale, sul Contributo determinato a livello nazionale per l’Unione europea previsto dall’Accordo di Parigi.
Con l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, si sono già viste le prime speculazioni sui prezzi dell’energia e il dibattito sta già rimettendo in discussione un sistema efficace come l’ETS, sui permessi di emissioni, che riguarda gli impianti energetici, le industrie più energivore, i trasporti aerei interni all’Unione e anche il settore marittimo. Diversi Paesi hanno chiesto di modificare l’ETS, soprattutto per il settore chimico e siderurgico, rinviando l’eliminazione progressiva (prevista fino al 2034) delle quote di emissioni concesse ancora gratuitamente, mentre l’Italia, finora ignorata, ne ha chiesto addirittura la sospensione. Di questo passo, risulta difficile anche solo immaginare cosa accadrà con l’ETS2, un nuovo meccanismo di quote di emissione che riguarderà i combustibili per il trasporto stradale e per il riscaldamento: già rinviato dal 2027 al 2028, potrebbe subire nuovi slittamenti, anche perché si prospettano rincari decisamente pesanti per famiglie e imprese.


