L’ingegnere e ricercatore senior dell’Università di Pisa definisce un concetto molto dibattuto negli ultimi tempi e avverte: “Non è una patologia, ma può avere conseguenze sulla salute mentale. I giovani vanno ascoltati, sono il motore della nostra società e non possiamo accettare che loro perdano la fiducia nel futuro”.
Con la crisi climatica sempre più evidente, si parla sempre più spesso di ecoansia. Un fenomeno che colpisce soprattutto le generazioni più giovani, come sempre molto bistrattate, e che genera molto spesso, specialmente tra i negazionisti climatici, genera facili ironie assolutamente fuori luogo. Sono i nostri ragazzi, però, quelli che per ovvie ragioni anagrafiche dovranno fronteggiare gli effetti più drammatici della crisi del clima, e il fenomeno deve essere preso assolutamente sul serio, come spiega anche l’ingegner Pierluigi Zerbino, ricercatore senior dell’Università di Pisa.
“L’ecoansia, come concetto, è nato quasi venti anni fa, nel 2007, quindi non è un qualcosa di recente. Ma su di essa si sono accesi i riflettori in termini più recenti. L’ecoansia essenzialmente non è una patologia, ma si tratta di una reazione che hanno soprattutto le fasce più giovani della popolazione, a fronte dell’incertezza dovuta agli effetti negativi del cambiamento climatico. Si esprime in sfiducia verso il futuro, ansia, talvolta anche episodi depressivi. Non è una patologia, attenzione, ma si tratta di una reazione emotiva che, se non viene ben gestita, può influire negativamente sulla salute mentale delle persone” – il punto dell’ingegner Zerbino – “Nella fascia degli studenti tra i 13 e i 19 anni, secondo i dati Istat, più del 70% è molto preoccupato per il cambiamento climatico e molte di queste istanze spesso sfociano in ecoansia, che comporta anche una perdita di fiducia verso il futuro. Questo non possiamo accettarlo: i giovani sono il motore della transizione ecologica, sono il motore dell’economia circolare, sono il motore della nostra società e non possiamo fare in modo che vengano castrati a causa di questo fenomeno che spesso viene derubricato come se fosse semplicemente un capriccio di natura emotiva“.
“Tutte quante le fonti del cambiamento climatico attualmente trovano soluzioni che hanno una forte inerzia. Non si riesce a fare abbastanza e questo tipo di preoccupazione, legata all’ecoansia, fa sì che i giovani non si mettano in moto per poter porre rimedio. Soltanto una percentuale molto bassa di giovani si mette in moto nel tentativo di mettere a terra soluzioni pratiche per far fronte a questi problemi. È come se fosse una sorta di battaglia impari: tanti problemi di natura ‘non ecosostenibile’ a fronte di una piccola percentuale di giovani che riesce davvero a mettersi in moto per far fronte ad essi” – ha aggiunto il ricercatore dell’Università di Pisa – “Cosa e come possiamo fare? Non ho una soluzione pratica da condividere, ma ciò che sicuramente va fatto è ascoltare i giovani, perché probabilmente abbiamo le risorse per poterli direzionare, ma la parte più empirica e pratica deve venire dalle persone più giovani, che per questioni anagrafiche si occuperanno più di noi di ciò che sarà la società“.


