Tommaso Cavallo, deceduto a 48 anni per un mesotelioma, dal 1999 al 2018 aveva lavorato tra l’acciaieria e la cokeria: quasi un ventennio di esposizione prolungata all’amianto che si è rivelata fatale.
Ex Ilva, otto dirigenti andranno a processo per la morte di un operaio, deceduto il 6 aprile 2022 dopo aver contratto un mesotelioma. Il caso risale ai tempi della gestione Riva, fino all’inizio dell’inchiesta ‘Ambiente Svenduto’. Tommaso Cavallo, originario della provincia di Brindisi, era morto a 48 anni, dopo aver scoperto di essere malato di cancro nel 2020, e aveva lavorato nell’acciaieria di Taranto dal 1999 al 2018.
Come riporta La Gazzetta del Mezzogiorno, il giudice Pompeo Carriere ha rinviato a giudizio Luigi Capogrosso (difeso da Carmine Urso), Vincenzo Vozza e Pasquale Annicchiarico, ma anche gli altri direttori che si erano avvicendati tra il 2012 e il 2016. Tra questi, ad eccezione dell’ex direttore generale Adolfo Buffo (deceduto), compaiono Antonio Lupoli, Ruggero Cola e Antonio Bufalini (difesi dagli avvocati Gaetano Melucci e Donatello Cimadomo), e quattro procuratori speciali e subdelegati in materia di salute e sicurezza: Giovanni Valentino, Salvatore D’Alò, Vito Ancona e Giovanni Donvito.
Secondo l’accusa, Tommaso Cavallo si sarebbe ammalato per l’esposizione alle fibre d’amianto nei locali dell’acciaieria e della cokeria, dove per 19 anni aveva lavorato senza le minime precauzioni, a cominciare dalla mancanza di mascherine. Una sovraesposizione che secondo il pm Francesco Ciardo si è rivelata fatale per l’operaio.
L’accusa nei confronti degli imputati è di cooperazione in omicidio colposo, e anche la società è accusata di non aver adottato ed “efficacemente attuato modelli di organizzazione e di gestione idonei” a tutela della salute dei suoi lavoratori e di aver risparmiato denaro evitando investimenti sulla sicurezza. Secondo gli inquirenti, gli effetti dannosi dell’esposizione alle polveri di amianto erano noti a tutti i vertici dell’azienda e ai dirigenti, che avrebbero violato gli obblighi di legge a mettere in atto tutte le misure previste per tutelare la salute dei dipendenti.
Secondo la Procura, gli imputati avrebbero dovuto informare chi quotidianamente lavorava esposto all’amianto, avvertendo sui rischi per la salute, fornendo dispositivi di protezione e soprattutto avrebbero dovuto “effettuare la valutazione del rischio e stabilire le misure preventive e protettive da attuare“.


