Blitz degli attivisti di Greenpeace davanti all’ingresso della FAO, dove è in corso il summit ONU sulla trasformazione sostenibile dell’allevamento, per protestare contro gli allevamenti intensivi. L’appello ai governi: “Ridurre le emissioni agricole e una transizione verso l’agroecologia”.
Nel giorno di apertura dei lavori della seconda Conferenza mondiale sulla trasformazione sostenibile dell’allevamento delle Nazioni Unite alla FAO, a Roma, gli attivisti di Greenpeace si sono chiusi nelle gabbie mascherati da mucche e maiali per accogliere i delegati all’ingresso dell’edificio.
L’associazione ambientalista ha ricreato un allevamento intensivo avvolto in un denso fumo rosa, simbolo delle crescenti emissioni di metano prodotte dal settore zootecnico ed esposto cartelli contro lo sfruttamento degli animali.
In occasione del summit, Greenpeace ha lanciato anche un appello ai governi, firmato da oltre 90 organizzazioni ambientaliste, affinché riducano urgentemente le emissioni agricole e sostengano una transizione dall’agricoltura industriale a un sistema alimentare più sostenibile, basato sull’agroecologia.
“La zootecnia industriale sta inquinando l’acqua, impoverendo i terreni e accelerando il riscaldamento globale. Eppure, i giganti della carne e dei latticini continuano a promuovere soluzioni tecnologiche riduttive o false, bloccando la vera trasformazione di cui il nostro sistema agroalimentare ha urgente bisogno”, dichiara Simona Savini della campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. “Con la COP30 all’orizzonte, i leader mondiali devono opporsi agli interessi acquisiti delle multinazionali e ridurre le emissioni di gas serra accompagnando l’agricoltura, e in particolare la zootecnia, fuori da una produzione industriale dominata da poche grandi aziende, che sta distruggendo l’ambiente e le comunità rurali”.
“Abbiamo bisogno di un cambio radicale, che metta al centro tecniche agroecologiche che lavorino con la natura, con le comunità rurali e che rispettino i diritti degli animali. Per fare questo, in Italia abbiamo presentato una proposta di legge, in Parlamento da quasi due anni, intitolata ‘Oltre gli allevamenti intensivi’ che traccia una strada per cambiare questo sistema e andare veramente verso una transizione agroecologica”, conclude Savini.
L’appello degli ambientalisti ai governi: “Trasformare il mondo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo cibo”
Secondo l’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite), i sistemi alimentari sono responsabili fino al 42% delle emissioni globali di gas serra. I firmatari della lettera ritengono perciò fondamentale “trasformare radicalmente il modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo cibo” e invitano i governi a “incentivare pratiche agricole che ripristinino gli ecosistemi, sostengano la biodiversità e garantiscano l’accesso a un cibo sano e nutriente per tutti”. L’appello evidenzia inoltre il ruolo dannoso svolto dall’agricoltura industriale e in particolar modo del settore zootecnico, la principale causa delle emissioni di metano, un gas serra responsabile di circa un terzo del riscaldamento globale.
“C’è una forte spinta dell’agroindustria per intensificare e industrializzare gli allevamenti e l’agricoltura anche in Africa: ma adottare il sistema del Nord globale impatta sulla nostra salute e sull’ambiente, poiché favorisce deforestazione ed emissioni di gas serra, contamina i terreni e aumenta l’antibiotico resistenza attraverso l’uso routinario di farmaci veterinari”, dichiara Million Belay, coordinatore generale dell’Alleanza per la Sovranità Alimentare in Africa. “Stiamo collaborando con i nostri decisori politici per promuovere sistemi di produzione basati sull’agroecologia che ci rendano più resilienti al cambiamento del clima e rafforzino le comunità pastorali e le aziende agricole a conduzione familiare”.
“L’agricoltura industriale controllata dalle multinazionali è la seconda causa della crisi climatica e il principale motore della deforestazione. Affermare che abbiamo bisogno di agrochimici, allevamenti intensivi e accaparramento delle terre per nutrire il mondo non è che un falso mito. I metodi di coltivazione basati sull’agroecologia lavorano insieme alla natura anziché contro di essa e sono la scelta più ovvia per difendere il clima. Gli agricoltori necessitano di pianificazione sistematica, formazione e supporto”, dichiara Teresa Anderson, responsabile globale per la giustizia climatica di ActionAid International. “La COP30 si terrà a Belém, in Amazzonia, il più grande ecosistema al mondo minacciato dalla deforestazione aggressiva legata all’agricoltura industriale: una giusta transizione del comparto sarebbe un risultato potente e appropriato”.
I firmatari dell’appello sollevano particolare preoccupazione per i tentativi dei principali Paesi produttori ed esportatori di bestiame di riformulare gli obiettivi di riduzione del metano – i cosiddetti obiettivi di “no additional warming targets” – che consentirebbero loro di mantenere inalterati gli attuali livelli di emissioni e il numero di capi allevati.
Questi obiettivi, destinati a essere adottati da Paesi come Nuova Zelanda e Irlanda, importanti esportatori di bestiame, sono stati peraltro molto criticati per avere ignorato le prove scientifiche, violato l’Accordo di Parigi e i principi di equità del trattato sul clima, che richiedono azioni più ambiziose da parte delle nazioni più ricche. La coalizione di organizzazioni firmatarie della lettera invita dunque scienziati, agricoltori e cittadini di tutto il mondo ad aderire al loro appello rivolto ai governi in vista dell’appuntamento cruciale della COP30 di Belém.


