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Inquinamento, a Report lo scandalo del petrolchimico di Siracusa

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L’impatto ambientale del petrolchimico più grande d’Italia e d’Europa è sempre più drammatico. La questione è spinosa: il sito è (giustamente) dichiarato di interesse strategico nazionale, ma a quale prezzo? Senza contare i dubbi sulla nuova proprietà della raffineria e il giallo sulle navi fantasma russe che, nonostante le sanzioni, continuerebbero a commerciare petrolio nel Mediterraneo.

Uno scandalo, in primis, di grave inquinamento ambientale. Ma non solo. Un servizio di Manuele Bonaccorsi per Report, la trasmissione di inchiesta di Rai 3 condotta da Sigfrido Ranucci, racconta la situazione attuale del petrolchimico di Siracusa, il più grande d’Italia e d’Europa, che si estende lungo tutta la costa della provincia e comprende diversi stabilimenti per diverse attività. Quelle principali, ad oggi, restano la raffinazione del petrolio, la trasformazione dei suoi derivati e la produzione di energia. Ma a che prezzo?

L’inchiesta di Report parte da quanto accaduto nel 2022, con la chiusura, disposta dalla Procura di Siracusa, del depuratore dei reflui provenienti dal petrolchimico. L’ipotesi di reato era quella di disastro ambientale, dal momento che le concentrazioni di inquinanti nei reflui erano risultate essere anche di 20 volte superiori ai limiti di legge. Nell’impianto, gestito da un consorzio pubblico-privato, era elevatissima la concentrazione di idrocarburi e risultavano esserci anche 4.000 tonnellate di fanghi non ancora smaltiti. E come se non bastasse, era emerso che il depuratore operava senza alcuna autorizzazione ambientale.

Antonio Mariolo, nominato amministratore giudiziario dell’Industria Acqua Siracusana (IAS), a Report ha spiegato: “Nonostante la chiusura dell’impianto, l’attività prosegue“. Anche perché la Regione Siciliana, sempre nel 2022, aveva concesso l’autorizzazione ambientale con deroga, imponendo determinate prescrizioni che, però, secondo Mariolo non sarebbero mai state rispettate.
Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana, in qualità di nominato commissario IAS, durante una conferenza stampa non ha mai voluto rispondere in merito, nonostante tre dirigenti regionali fossero finiti sotto inchiesta.

Per salvare il petrolchimico di Siracusa, che si estende lungo i confini comunali di Augusta, Priolo Gargallo, Melilli e del capoluogo, il governo è intervenuto con un decreto firmato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Il decreto, ribattezzato anche ‘decreto WhatsApp‘ poiché una prima bozza era circolata proprio sull’app di messaggistica istantanea, prevede la dichiarazione dell’interesse strategico nazionale per il petrolchimico. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che l’intero polo garantisce da solo un terzo del fabbisogno di idrocarburi in Italia. La prima bozza era arrivata anche a Mariolo, che denuncia però come la versione definitiva preveda limiti normativi molto più alti. In particolare, la concentrazione di fenoli era salita da 1 a 15, quella di idrocarburi totali da 10 a 15, quella dei solventi organici aromatici da 0.4 a 10. Come accertato da Report, quell’innalzamento dei limiti è arrivato su pressione delle varie imprese coinvolte nei processi produttivi del petrolchimico.

Nel corso della trasmissione, Sigfrido Ranucci ha reso nota la precisazione del ministro Adolfo Urso: “Il decreto è nato da una valutazione congiunta con ISAB (Industria Siciliana Asalti e Bitumi, ndr)“. Nel decreto, viene stabilito che la Magistratura non può disporre il sequestro dell’impianto né lo stop delle attività se il governo garantirà il bilanciamento tra le esigenze di continuità produttiva e quelle legate alla tutela dell’ambiente e della salute.
Con l’introduzione della tutela dell’ambiente agli articoli 9 e 41, tuttavia, emergerebbero violazioni di natura costituzionale ed è per questo che era stato presentato un ricorso. La Corte Costituzionale, nel giugno 2024, ha concesso al governo 36 mesi di tempo per la valutazione del miglioramento delle attività del depuratore. L’ultima udienza si è tenuta lo scorso 26 febbraio e la vicenda è destinata ad ulteriori sviluppi.

Intanto, però, c’è anche un altro problema, legato all’impianto di trattamento delle acque di scarico (TAS) che scaricava a Marina di Melilli. La vicenda di Melilli è tristemente nota perché un piccolo borgo di pescatori era stato letteralmente distrutto per far spazio proprio al petrolchimico, come raccontato anche dallo scrittore Fabio Lo Verso nel libro ‘Il mare colore veleno’, presentato anche su TeleAmbiente nella trasmissione Il Punto, condotta da Giuseppe Vecchio.

Quanto accaduto più recentemente è ancora più agghiacciante: nell’impianto TAS era crollato un serbatoio che conteneva fanghi industriali. Le acque di scarico che da qui finiscono in mare, tra l’altro, presentano tracce di idrocarburi evidenti anche a occhio nudo. Le analisi in laboratorio di alcune pietre raccolte nella zona hanno confermato il tutto: c’è una media di 6.130 ppm di idrocarburi, sei volte oltre il limite consentito. Quelle pietre, secondo le norme di legge, sarebbero un rifiuto speciale, e i pm di Siracusa hanno definito l’impianto TAS “una bomba ecologica“. Secondo il perito incaricato dai pm, una grande quantità di idrocarburi è stata scaricata e gli inquinanti sarebbero stati diluiti con acqua di mare. Nella stessa relazione del perito, si legge che ISAB avrebbe prodotto una grave alterazione dell’equilibrio marino, con totale assenza di fauna ittica nella zona. Il tutto, stando alle intercettazioni, sarebbe proseguito nel tempo e sarebbe stato noto anche ai vari dipendenti. Le analisi, tra l’altro, non venivano svolte periodicamente e, in vari casi, i prelievi non erano conformi alle norme di legge, dal momento che spesso riguardavano dei campioni contraffatti.

C’è poi un altro scandalo legato al petrolchimico: la raffineria ISAB, fino a poco tempo fa, era di proprietà dell’azienda petrolifera russa Lukoil. Nel dicembre del 2022, per effetto delle sanzioni imposte dopo l’invasione dell’Ucraina, si era tentato di imporre la vendita a Lukoil, ma i russi si erano rifiutati di vendere ad un’azienda statunitense. Una questione spinosa, dal momento che a rischio c’erano circa 10 mila posti di lavoro. Poi, era spuntata una misteriosa cordata composta da imprenditori greci, ciprioti e israeliani, la GOI Energy, che aveva effettivamente rilevato la raffineria. Tuttavia, sullo sfondo resta il giallo sulla proprietà effettiva e sulle risorse economiche delle aziende, con il sospetto che dietro ci sia la cosiddetta shadow-lift russa: una flotta di navi petroliere che commerciano idrocarburi nel Mediterraneo, nonostante le sanzioni.

Emblematico il caso, denunciato da Greenpeace, della Sealeo, che avrebbe spento i radar per 84 ore prima di attraccare nel porto di Augusta. Il sospetto è che in alto mare avvengano i trasferimenti di petrolio da navi sanzionate ad altre non interessate dalle limitazioni, anche grazie alla presenza fissa di navi russe nel porto di Bengasi, in Libia. Un fenomeno che, come denuncia Greenpeace, avviene poco distante dalle acque territoriali italiane. Le navi, tra l’altro, risultano essere molto datate e i trasferimenti di petrolio tra le imbarcazioni sono potenzialmente disastrosi, poiché non vengono rispettate le norme di sicurezza. Sono diverse le aziende italiane che, violando le norme internazionali, commerciano di fatto con la shadow-lift russa. Gli armatori, interpellati da Report, sostengono che la Guardia Costiera sappia tutto, mentre la Guardia Costiera sostiene di non avere competenze in merito, dal momento che gli scambi avvengono in acque internazionali.

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