Il quarto rapporto dell’Ispra fotografa un’Italia sempre molto fragile di fronte a rischi come frane, alluvioni, esondazioni o valanghe: colpa di una situazione oggettivamente strutturale, ma anche dei diversi effetti del cambiamento climatico. Migliora, nel complesso, il dato dell’erosione costiera. I dati, sempre più precisi e puntuali, consentiranno di pianificare nuove strategie di mitigazione del rischio.
Presentato ufficialmente, davanti a importanti rappresentanti politici e istituzionali, il quarto rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sul dissesto idrogeologico in Italia. Una guida preziosa per gli amministratori a tutti i livelli, ma anche per i cittadini, che fotografa la situazione attuale di un Paese strutturalmente fragile di fronte a determinati rischi. Un rapporto in chiaroscuro, che dimostra come in appena quattro anni siano aumentate del 15% le aree a rischio frane: un incremento concentrato soprattutto in Regioni come Toscana, Sardegna, Sicilia e nella Provincia autonoma di Bolzano. Un dato, questo, in aumento anche per gli effetti del cambiamento climatico che vanno ad aggravare una situazione già molto delicata.
Inevitabile, quindi, anche l’aumento delle aree a rischio di alluvioni o esondazioni, ma anche di valanghe sulle aree montane, per via delle temperature medie in costante ascesa. Un altro problema è quello dell’erosione costiera, anche se complessivamente arrivano buone notizie: l’avanzamento delle coste supera il totale dei km sottoposti ad erosione. Il rapporto dell’Ispra sul dissesto idrogeologico, ogni anno, diventa sempre più esatto e puntuale anche grazie agli sviluppi della tecnologia disponibile, dalle rilevazioni satellitari all’intelligenza artificiale, che consentono un monitoraggio decisamente più efficace.
“Oggi presentiamo il quarto rapporto sul dissesto idrogeologico che ci racconta ancora della fragilità del nostro territorio. Parliamo del 94,5% dei Comuni italiani che è a rischio frane, alluvioni, valanghe ed erosioni costieri, e del 19,2% del territorio che è a maggiore classificazione per pericolosità da frane e da alluvioni. E ancora: abbiamo 1,28 milioni di abitanti che vivono in delle aree a rischio frana e 6,8 milioni di abitanti che vivono in aree a rischio di alluvioni” – il punto di Maria Siclari, direttrice generale dell’Ispra – “Bisogna però dire che, anche se il nostro territorio continua ad essere fragile (abbiamo censito oltre 636 mila frane), è un territorio che continua ad essere monitorato. E questo monitoraggio ci aiuterà anche a porre in essere delle misure di mitigazione del rischio idrogeologico“.
“Bisogna continuare a lavorare sulla conoscenza e noi lo stiamo facendo anche attraverso la pubblicazione di questi rapporti. Bisogna lavorare molto sulla prevenzione, una prevenzione partecipata e consapevole da parte dei cittadini e non solo delle istituzioni” – ha spiegato Stefano Laporta, presidente dell’Ispra – “Dobbiamo anche lavorare con gli enti locali per una pianificazione urbanistica che tenga conto della fragilità del nostro territorio. Infine, c’è l’impatto dei cambiamenti climatici che andrà considerato anche per la regolazione e per la manutenzione dei corsi d’acqua“.
“L’Italia ha un territorio che ha una naturale predisposizione all’innesco di fenomeni franosi. Consideriamo che il 75% del territorio è un territorio montano-collinare, e quindi tutto l’arco alpino e tutto l’arco appenninico sono naturalmente predisposti all’innesco dei fenomeni franosi” – ha spiegato Carla Iadanza, ricercatrice dell’Ispra – “Negli ultimi anni stiamo vedendo anche l’effetto dei cambiamenti climatici, con l’aumento di precipitazioni brevi e intense che determinano un incremento dei fenomeni franosi superficiali nonché delle colate rapide di fango e detriti, e fenomeni di instabilità in alta quota, legati alla degradazione del permafrost dovuta all’aumento delle temperature in quota“.


