Da decenni l’Italia cerca un deposito nazionale per i rifiuti radioattivi, ma nessuna comunità ha mai accettato. Ora il governo valuta più siti distribuiti sul territorio, superando l’idea del centro unico.
“Deposito scorie nucleari, ormai abbiamo scartato l’idea di un centro unico e anche la carta dei 51 siti idonei è superata”.
Con queste parole il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha fatto sapere che il governo italiano vuole cambiare strategia rispetto alla necessità di costruire un deposito nazionale per i rifiuti nucleari. Ma di cosa si tratta?
Tutto parte nel 1963 quando l’Italia accende le sue prime centrali nucleari. Sono anni di entusiasmo per l’energia atomica, simbolo di progresso e modernità. Ma tutto cambia nel 1986: il disastro di Chernobyl scatena la paura tra i cittadini e riapre un dibattito già acceso. L’anno successivo, un referendum popolare mette fine all’avventura nucleare del nostro Paese. Le centrali vengono gradualmente spente, l’ultima nel 1990.
Ma con l’uscita dal nucleare non sono sparite le sue conseguenze. In 27 anni di attività, l’Italia ha prodotto una quantità significativa di rifiuti radioattivi, che devono essere conservati in modo sicuro per decenni, se non secoli. Per questo serve un deposito nazionale, un’infrastruttura appositamente progettata per garantire l’isolamento di questi materiali nel lungo periodo.
Eppure, da 35 anni, quel deposito non c’è. Le scorie restano sparse in una ventina di siti temporanei, disseminati in tutta Italia. Strutture pensate per una custodia di breve durata, più esposte a rischi ambientali, vulnerabilità strutturali e costi elevati. Nel frattempo, lo Stato ha individuato 51 aree “potenzialmente idonee” alla costruzione del deposito, accompagnate da promesse di investimenti e incentivi economici per i territori coinvolti.
Ma ogni volta la risposta delle comunità locali è stata la stessa: no. La paura di danni ambientali, il timore per la salute pubblica e la sfiducia verso le istituzioni hanno sempre avuto la meglio. Il risultato è un cortocircuito politico e sociale che ha bloccato per decenni ogni decisione.
Deposito nazionale di scorie, le novità
In un’intervista a la Stampa il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Pichetto Fratin ha fatto sapere che il governo Meloni intende cambiare strategia rispetto all’annoso problema del deposito nazionale di rifiuti radioattivi: non più un unico, grande deposito super-sicuro ma tanti piccoli depositi disseminati lungo lo Stivale.
“Stiamo studiando nuovi depositi di rifiuti radioattivi a bassa intensità – spiega Gilberto Pichetto Fratin su “La Stampa” – abbiamo ormai scartato l’idea di un centro unico, perché è illogico a livello d’efficienza, ma si può pensare di andare avanti con i 22 già esistenti”.
“Il 70-80% degli ospedali – osserva ancora Pichetto Fratin sul quotidiano torinese – anche quelli più piccoli, trattengono la maggior parte dei rifiuti che producono. Dobbiamo liberarli”.
Oltre ai rifiuti radioattivi prodotti durante la vecchia esperienza nucleare italiana (molti dei quali si trovano stipati nelle vecchie centrali o all’estero, in attesa di rientrare), il nostro Paese deve fare i conti con i rifiuti nucleari prodotti per scopi medici e scientifici.
Oltre ai rifiuti radioattivi prodotti durante la vecchia esperienza nucleare italiana — molti dei quali si trovano ancora stipati nelle ex centrali o all’estero, in attesa di rientrare — il nostro Paese deve fare i conti anche con quelli generati ogni anno per scopi medici, industriali e di ricerca scientifica. Si tratta di materiali usati, ad esempio, per la radioterapia, la sterilizzazione di strumenti sanitari o test nei laboratori. Rifiuti meno pericolosi rispetto a quelli ad alta attività, ma comunque bisognosi di uno stoccaggio sicuro e regolamentato.
Attualmente, anche questi materiali vengono conservati in depositi temporanei, sparsi in varie strutture pubbliche e private, spesso non progettate per ospitarli a lungo termine. La mancanza di un deposito nazionale rappresenta quindi un problema non solo legato al passato, ma anche al presente. Ogni anno questi rifiuti si accumulano, rendendo sempre più urgente una soluzione definitiva.


