Primo caso umano di influenza aviaria in Italia. L'esperto: "No allarmismi"

Primo caso umano di influenza aviaria in Italia. L’esperto: “No allarmismi”

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Primo caso umano di influenza aviaria in Italia. Branda (Università Campus Biomedico di Roma): “Ecco come evitare il contagio”.

Primo caso umano di influenza aviaria in Italia. A confermare la presenza del virus appartenente al ceppo H9N2 a bassa patogenicità in un ragazzo di 30 anni è stato il Ministero della Salute. Dopo essere sbarcato all’Aeroporto Internazionale di Milano Malpensa “Silvio Berlusconi”, l’uomo in viaggio dall’Africa ha manifestato febbre alta, tosse persistente e difficoltà respiratorie. A causa delle sue patologie pregresse, il giovane è stato trasportato al Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliera “San Gerardo” di Monza. Qui le analisi di laboratorio hanno identificato l’influenza aviaria come origine del suo malessere. Immediato il tracciamento dei contatti del 30enne per impedire il diffondersi del virus appartenente al ceppo H9N2 mai identificato in Europa. Fortunatamente i test hanno escluso nuovi contagi. Proprio per questo, a detta degli scienziati, fondamentale evitare, oggi più che mai, ogni forma di allarmismo.

L’influenza aviaria è soprattutto una malattia degli animali. Non a caso, il passaggio di questo virus dagli uccelli agli uomini, per fare un esempio, tra l’altro non ancora dimostrato scientificamente, è sì possibile ma raro. Fino a oggi, nella maggior parte degli episodi segnalati nel mondo, le persone infettate hanno avuto contatti molto ravvicinati, molto stretti e molto prolungati con il bestiame malato all’interno degli allevamenti, spesso intensivi, o nei mercati. Quindi, per la popolazione il rischio di sviluppare l’influenza aviaria resta molto basso. Un uomo può contrarre il virus, attraverso il contatto diretto con le secrezioni respiratorie, con la saliva o con le feci di volatili infetti oppure attraverso il contatto diretto con superfici contaminate. Fondamentale, a maggior ragione, avere comportamenti prudenti. In che modo? Evitare l’interazione con uccelli malati o, peggio, morti e lavarsi accuratamente le mani a prescindere“, ha spiegato a TeleAmbiente il ricercatore di Statistica Medica ed Epidemiologia Molecolare dell’Università Campus Biomedico di Roma, Francesco Branda.

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